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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 18
Traduzione a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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I nemici, disposti in agguato, poiché avevano scelto per l'azione una pianura non più larga di mille passi in ogni direzione, munita tutt'intorno da boschi o da un fiume difficilissimo da guadare, la circondarono con le insidie come in una rete di caccia. Scoperto il piano dei nemici, i nostri, pronti nell'animo e nelle armi a combattere, poiché con le legioni che li seguivano non rifiutavano alcuno scontro, giunsero in quel luogo a squadroni. Al loro arrivo, poiché Correo riteneva che gli si fosse offerta l'occasione di agire, dapprima si mostrò con pochi uomini e lanciò un attacco contro gli squadroni più vicini. I nostri resistono con fermezza all'assalto degli insidiatori e non si radunano in molti nello stesso luogo; cosa che il più delle volte accade nei combattimenti di cavalleria per un qualche timore, e allora, a causa del loro stesso numero, si subisce un danno.
Hostes in insidiis dispositi, cum sibi delegissent campum ad rem gerendam non amplius patentem in omnes partes passibus mille, silvis undique aut impeditissimo flumine munitum, velut indagine hunc insidiis circumdederunt. Explorato hostium consilio nostri ad proeliandum animo atque armis parati, cum subsequentibus legionibus nullam dimicationem recusarent, turmatim in eum locum devenerunt. Quorum adventu cum sibi Correus oblatam occasionem rei gerendae existimaret, primum cum paucis se ostendit atque in proximas turmas impetum fecit. Nostri constanter incursum sustinent insidiatorum neque plures in unum locum conveniunt; quod plerumque equestribus proeliis cum propter aliquem timorem accidit, tum multitudine ipsorum detrimentum accipitur.
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