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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VII, capitolo 28
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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I nemici, spaventati dalla novità della situazione, cacciati dalle mura e dalle torri, si radunarono a cuneo nella piazza e nei luoghi più aperti, con l'intenzione di combattere schierati in battaglia se da qualche parte si fosse venuti loro incontro. Quando videro che nessuno scendeva in un luogo pianeggiante, ma che ovunque si riversavano intorno lungo tutta la cinta muraria, temendo che ogni speranza di fuga venisse loro tolta, gettate le armi si diressero con impeto continuo verso le parti estreme della città; e una parte, lì, mentre si accalcavano da soli nell'uscita stretta delle porte, fu uccisa dai soldati, un'altra parte, uscita ormai dalle porte, fu uccisa dai cavalieri. E non ci fu nessuno che si curasse del bottino. Così, esasperati dalla strage di Cenabo e dalla fatica dell'assedio, non risparmiarono né i vecchi consunti dall'età, né le donne, né i bambini. Infine, dell'intero numero, che fu di circa quarantamila, appena ottocento, che si erano gettati fuori dalla città al primo grido udito, giunsero salvi da Vercingetorige. Egli li accolse dalla fuga in silenzio, a notte già inoltrata, temendo che nel campo, per il loro affluire e per la pietà della folla, scoppiasse una rivolta; così fece in modo che, disposti lungo la strada in disparte i suoi amici e i capi delle città, fossero smistati e condotti dai loro, ciascuno nella parte dell'accampamento che fin dall'inizio era toccata a quella città.
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