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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VII, capitolo 25
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Poiché in ogni luogo si combatteva, essendo ormai trascorsa la restante parte della notte, e ai nemici la speranza della vittoria sempre si rinnovava, tanto più perché vedevano i parapetti bruciati delle torri e notavano che non era facile avvicinarsi agli spazi aperti per portare aiuto, ed essi stessi, sempre freschi, subentravano agli stanchi, e ritenevano che l'intera salvezza della Gallia fosse riposta in quell'istante del tempo, accadde a noi che osservavamo un fatto che abbiamo ritenuto degno di memoria e da non tralasciare. Un tale Gallo, davanti alla porta della città, lanciava nel fuoco, di fronte a una torre, delle zolle di sego e pece passate di mano in mano: Trafitto da uno scorpione sul lato destro, cadde morto. Uno dei più vicini, scavalcandolo mentre giaceva a terra, svolgeva lo stesso identico compito; Allo stesso modo, al secondo ucciso dal colpo dello scorpione successe un terzo, e al terzo un quarto, e quel posto non fu lasciato privo di difensori prima che, spento il terrapieno e i nemici respinti da ogni parte, fosse messa fine al combattimento.
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