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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro V, capitolo 29
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Contro questo, Titurio gridava che avrebbero agito troppo tardi, quando si fossero riunite forze maggiori dei nemici uniti ai Germani, oppure quando si fosse subito qualche disastro negli accampamenti invernali vicini. L'occasione per deliberare era breve. Riteneva che Cesare fosse partito per l'Italia; e diversamente né i Carnuti avrebbero preso la decisione di uccidere Tasgezio, né gli Eburoni, se egli fosse stato presente, sarebbero venuti verso il nostro accampamento con tanto disprezzo. Non bisognava guardare a chi suggeriva, cioè il nemico, ma alla sostanza dei fatti: il Reno era vicino; la morte di Ariovisto e le nostre precedenti vittorie erano per i Germani motivo di grande dolore; la Gallia ardeva, ridotta sotto il dominio del popolo romano dopo aver subito tante offese, spenta l'antica gloria militare. Infine, chi avrebbe potuto convincersi che Ambiorige fosse giunto a un simile piano senza un motivo certo? La propria opinione era sicura in entrambi i casi: se nulla di più grave fosse accaduto, sarebbero giunti senza alcun pericolo alla legione più vicina; se invece tutta la Gallia si fosse unita ai Germani, l'unica salvezza sarebbe stata nella rapidità. quale esito poteva avere il piano di Cotta e di coloro che dissentivano? in quel caso, se non un pericolo immediato, certo bisognava temere la fame per un lungo assedio.
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