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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro II, capitolo 27
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Al loro arrivo si produsse un tale mutamento della situazione che i nostri, anche quelli che, sfiniti dalle ferite, erano caduti a terra, appoggiati sugli scudi rinnovavano il combattimento, gli sguatteri, visti i nemici atterriti, affrontavano gli armati pur essendo disarmati, i cavalieri poi, per cancellare con il valore la vergogna della fuga, in ogni punto della battaglia si mostravano davanti ai legionari. I nemici invece, pur nell'estrema speranza di salvezza, mostrarono un tale valore che, quando i primi di loro erano caduti, i successivi si appoggiavano sui caduti e combattevano da sopra i loro corpi, abbattuti questi e accumulati i cadaveri, quelli che restavano scagliavano dardi contro i nostri come da un tumulo e rispedivano i giavellotti intercettati: cosicché non a torto si doveva giudicare che uomini di tale valore avessero osato attraversare un fiume larghissimo, salire rive altissime, affrontare un terreno sfavorevolissimo; cose che la grandezza d'animo aveva reso facili da difficilissime che erano.
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