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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro I, capitolo 47
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Due giorni dopo Ariovisto mandò ambasciatori a Cesare: voleva trattare con lui su quelle questioni che tra loro erano state avviate ma non concluse: affinché fissasse di nuovo un giorno per un colloquio, oppure, se non lo avesse voluto, mandasse a lui qualcuno dei suoi ambasciatori. A Cesare non parve esserci motivo per un colloquio, tanto più perché il giorno prima i Germani non si erano potuti trattenere dal lanciare armi contro i nostri. Riteneva che avrebbe mandato a lui, con grande pericolo, un ambasciatore tra i suoi, esponendolo a uomini selvaggi. Sembrò più opportuno mandargli Gaio Valerio Procillo, figlio di Gaio Valerio Caburo, giovane di somma virtù e cortesia, il cui padre era stato insignito della cittadinanza da Gaio Valerio Flacco, sia per la sua fedeltà sia per la conoscenza della lingua gallica, di cui ormai Ariovisto si serviva molto per lunga consuetudine, e perché in lui non ci sarebbe stato motivo di offesa per i Germani, e insieme a lui Marco Mezio, che godeva dell'ospitalità di Ariovisto. Diede loro l'incarico di conoscere che cosa dicesse Ariovisto e di riferirlo a lui. Non appena Ariovisto li ebbe scorti presso di sé nell'accampamento, con il suo esercito presente, gridò: perché venivano da lui? o forse per spiare? Impedì loro di parlare, benché tentassero, e li gettò in catene.
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