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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro I, capitolo 36
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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A questo rispose Ariovisto: era legge di guerra che i vincitori comandassero ai vinti come volevano. Allo stesso modo il popolo romano era abituato a comandare ai vinti non secondo l'ordine altrui, ma secondo il proprio giudizio. Se egli non prescriveva al popolo romano come dovesse usare il proprio diritto, non era giusto che lui fosse ostacolato dal popolo romano nel proprio diritto. Gli Edui erano diventati suoi tributari, poiché avevano tentato la sorte della guerra ed erano stati sconfitti scontrandosi con le armi. Cesare gli faceva un grave torto, poiché con il suo arrivo rendeva i suoi tributi più scarsi. non avrebbe restituito agli Edui gli ostaggi, né avrebbe mosso guerra ingiusta a loro o ai loro alleati, se fossero rimasti nei patti stabiliti e avessero pagato il tributo ogni anno; se non l'avessero fatto, il nome fraterno del popolo romano sarebbe stato loro ben lontano. Quanto al fatto che Cesare gli annunciasse di non voler trascurare i torti subiti dagli Edui, nessuno si era scontrato con lui senza la propria rovina. Quando volesse, venisse pure a battaglia: avrebbe capito che cosa potessero fare col valore i Germani invitti, addestratissimi nelle armi, che da quattordici anni non erano stati sotto un tetto.
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