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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro I, capitolo 13
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Perché potesse inseguire le rimanenti truppe degli Elvezi dopo questa battaglia, Cesare fa costruire un ponte sull'Arar e così fa passare l'esercito. Gli Elvezi, turbati dal suo arrivo improvviso, capendo che lui aveva fatto in un solo giorno ciò che essi stessi avevano compiuto a fatica in venti giorni, cioè attraversare il fiume, mandano ambasciatori a lui; a capo di questa ambasceria c'era Divico, che era stato comandante degli Elvezi nella guerra contro Cassio. Trattò così con Cesare: se il popolo romano avesse fatto la pace con gli Elvezi, questi sarebbero andati e sarebbero rimasti in quella zona dove Cesare li avesse stabiliti e avesse voluto che fossero; se invece avesse insistito a perseguitarli con la guerra, ricordasse sia l'antico disastro del popolo romano, sia l'antico valore degli Elvezi. Quanto al fatto che avesse assalito un solo distretto di sorpresa, mentre coloro che avevano attraversato il fiume non potevano portare aiuto ai propri, non attribuisse ciò troppo al proprio valore, né li disprezzasse. Essi avevano imparato così dai padri e dagli antenati, a combattere piuttosto col valore che a far affidamento sull'inganno o sugli agguati. Perciò non permettesse che quel luogo dove si erano fermati prendesse il nome, o ne tramandasse il ricordo, dal disastro del popolo romano e dallo sterminio dell'esercito.
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