Caricamento…
Caricamento…
di Sallustio
I passi più studiati, con la traduzione accanto. Tocca una parola e si accende la sua resa.
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Dunque in casa e in guerra si coltivavano i buoni costumi; c'era la massima concordia, la minima avidità. La giustizia e il bene presso di loro avevano più forza dalla natura che dalle leggi. Litigavano e facevano guerre contro i nemici; i cittadini gareggiavano tra loro in virtù. Nelle cerimonie religiose erano magnifici, in casa parsimoniosi, verso gli amici fedeli. Con questi due metodi, l'audacia in guerra, l'equità quando veniva la pace, si prendevano cura di sé e della repubblica. Le prove massime di queste cose io le ho in questo: perché in guerra più spesso si è proceduto contro coloro che avevano combattuto contro gli ordini contro il nemico e che, richiamati più tardi, si erano ritirati dalla battaglia, di quanto contro coloro che avevano osato abbandonare le insegne o cedere di luogo dopo essere stati sconfitti; invece in pace perché governavano l'imperium più con benefici che con il timore, e preferivano perdonare a un'ingiuria ricevuta piuttosto che perseguirla.
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Ma in quella congiura ci fu Q. Curio, nato non da oscuro luogo, coperto di infamie e di misfatti, che i censori avevano rimosso dal senato a causa del disonore. In quest'uomo non era minore vanità che audacia: non riusciva a tacere ciò che aveva sentito, né a nascondere i suoi stessi crimini, in assoluto non aveva considerazione per nulla di ciò che diceva o faceva. Aveva con Fulvia, una donna nobile, una vecchia abitudine al peccato. Siccome le piaceva meno perché con poca ricchezza poteva darle meno, improvvisamente si mise a promettere mari e monti e talora a minacciare col ferro, se non gli fosse stata obbediente; infine agiva più selvaggiamente del solito. Ma Fulvia, conosciuta la causa dell'insolenza di Curio, non tenne nascosto un tale pericolo per la repubblica, ma, rivelato l'autore, raccontò a molti la congiura di Catilina come e quanto l'aveva sentita. Questo fatto soprattutto infiammò la volontà degli uomini di affidare il consolato a M. Tullio Cicerone. Poiché prima la maggior parte della nobiltà era travagliata dall'invidia, e credevano quasi che il consolato fosse contaminato, se lo avesse ottenuto un uomo nuovo, per quanto eccellente. Ma quando sopraggiunse il pericolo, l'invidia e
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Prepparate queste cose, Catilina tuttavia ambiva il consolato per l'anno successivo, sperando che, se fosse stato designato, potrebbe facilmente usare di Antonio secondo la sua volontà. E intanto non stava tranquillo, ma preparava insidie a Cicerone in tutti i modi. Né a lui mancavano tuttavia l'accortezza e l'astuzia per guardarsi. Infatti, fin dal principio del suo consolato, facendo molte promesse per mezzo di Fulvia, aveva fatto sì che Q. Curio, di cui ho parlato poco prima, gli rivelasse i piani di Catilina. Inoltre aveva spinto il suo collega Antonio con un patto sulla provincia a non pensare contro la repubblica; teneva intorno a sé in segreto presidi di amici e clienti. Dopo che venne il giorno dei comizi, e la candidatura di Catilina né gli stratagemmi che aveva teso ai consoli nel campo non andarono a buon fine, decise di fare guerra e di tentare ogni cosa estrema, perché le cose che aveva tentato in segreto erano risultate aspre e vergognose.
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Quando questi uomini, ai quali mancavano completamente i beni ma avevano speranza di conseguirli, ebbero sentito tali promesse, benché sembrasse loro conveniente grande compenso il mettere in agitazione uno stato tranquillo, tuttavia la maggior parte chiese quali sarebbero state le condizioni della guerra, quali ricompense cercherebbe ottenere con le armi, e quale aiuto o speranza avrebbero dovunque. Allora Catilina promise nuove tavole dei debiti, la proscrizione dei ricchi, magistrature, sacerdozi, saccheggi e tutto ciò che la guerra e la bramosia dei vincitori portano con sé. Dichiarò inoltre che in Hispania Citeriore c'era Pisone, in Mauretania con un esercito Publio Sittio Nicerio come suoi complici nel progetto; che Gaio Antonio cercava il consolato, uomo che sperava sarebbe stato suo collega, familiare e coinvolto con lui in tutte le relazioni; che con lui, una volta console, avrebbe iniziato le operazioni. A questo si aggiungeva che con oltraggi incitava tutti gli uomini per bene: lodava singolarmente ognuno dei suoi seguaci, ricordava all'uno la povertà, a un altro la sua avidità, a molti il pericolo o il disonore, e molti ricordava della vittoria di Silla, dai cui bottini questi avevano tratto ricchezza. Quando vide gli animi di tutti animati,, li esortò a curarsi della sua candidatura e sciolse l'assemblea.
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Non crediate che i nostri antenati abbiano reso grande lo stato da piccolo mediante le armi! Se fosse così, noi lo avremmo molto più florido; certo abbiamo maggiore quantità di alleati e cittadini, e inoltre più armi e cavalli di quanti ne avessero loro. Ma c'erano altre cose che li resero grandi, cose che noi non abbiamo affatto: l'energia in patria, il governo giusto all'estero, un animo libero nel deliberare, non asservito al torto né al vizio. Al posto di questi abbiamo il lusso e l'avarizia, povertà pubblica e opulenza privata. Celebriamo le ricchezze, seguiamo l'inerzia. Nessuna distinzione tra buoni e cattivi: l'ambizione possiede tutti i premi della virtù. E non è strano: poiché voi singolarmente prendete consiglio per voi stessi, poiché state schiavi dei piaceri in casa e del denaro o della favola qui fuori, ne risulta che l'assalto si abbatte sullo stato vacante.
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Dopo che il senato, come ho detto, si pronunciò per il parere di Catone, il console, ritenendo opportuno affrontare la notte incombente affinché durante quel lasso di tempo non accadesse nulla di nuovo, ordinò ai triumviri di preparare quanto la punizione richiedeva. Egli stesso, dopo aver disposto le sentinelle, conduce Lentulo in carcere; la stessa cosa accade agli altri per mano dei pretori. Nel carcere c'è un luogo chiamato Tullianum, dove, saliti un po', sulla sinistra, circa dodici piedi sotto il livello del terreno. Lo circondano muri da tutte le parti e sopra una volta collegata con archi di pietra; ma il suo aspetto è terribile e ripugnante per lo squallore, le tenebre e l'odore. In quel luogo, dopo che Lentulo fu gettato dentro, i carnefici preposti alle esecuzioni capitali, ai quali era stato impartito l'ordine, gli spezzarono la gola con il laccio. Così quel patrizio della chiarissima stirpe dei Cornelii, che aveva avuto il potere consolare a Roma, trovò una morte degna dei suoi costumi e delle sue azioni. Lo stesso accadde a Cetego, Statilio, Gabinio e Caepario.
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Due armate nemiche bloccano il cammino, una dalla città, l'altra dalla Gallia. Stare più a lungo in questi luoghi, anche se il desiderio lo permettesse, è impedito dalla mancanza di grano e di altre risorse. Ovunque vogliate andare, dovete aprirvi un passaggio con le armi. Perciò vi esorto a stare con animo coraggioso e preparato e, quando date battaglia, ricordatevi che portate nelle vostre mani ricchezze, onore, gloria, e inoltre libertà e patria. Se vinciamo, tutto sarà al sicuro per noi: i rifornimenti abbonderanno, i municipi e le colonie si apriranno. Se cederemo alla paura, le stesse cose diventeranno nemiche, e nessun luogo né amico proteggerà chi non sarà protetto dalle armi. Inoltre, soldati, non lo stesso obbligo incombe su noi e su loro: noi combattiamo per la patria, per la libertà, per la vita, per loro è superfluo combattere per il potere di pochi. Perciò affrontate più audacemente, ricordando il vostro antico valore! Vi era lecito trascorrere la vita in esilio con estrema ignominia, alcuni di voi avrebbero potuto restare a Roma, persi i beni, aspettando ricchezze altrui. Poiché questo sembrava turpe e intollerabile a uomini, avete deciso di seguire questa strada. Se volete abbandonare questo proposito, c'è bisogno di audacia; nessuno se non il vincitore ha mutato guerra in pace. Infatti sperare la salvezza nella fuga, quando distogliete le armi che proteggono il corpo dai nemici, questo è veramente follia. Sempre in battaglia il massimo pericolo incombe su coloro che hanno più paura; l'audacia vale come un muro.
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La città di Roma, come ho saputo, fu fondata e abitata inizialmente da Troiani che, guidati da Enea, vagavano profughi senza stabile dimora, e con loro dagli Aborigeni, una stirpe umana selvaggia, senza leggi, senza governo, libera e indipendente. Quando questi si riunirono in una sola città, benché di stirpe diversa, di lingua dissimile e di costumi differenti l'uno dall'altro, è incredibile a dirsi quanto facilmente si fusero insieme: così in breve tempo una moltitudine dispersa e errante divenne uno stato civile mediante la concordia. Ma quando i loro affari, grazie ai cittadini, ai costumi, ai campi, crebbero e apparve prospero e abbastanza florido - come accade con la maggior parte delle cose umane - nacque l'invidia dalla ricchezza. Allora i re e i popoli confinanti tentarono di muovere guerra, mentre pochi tra gli amici vennero in aiuto; infatti gli altri, terrorizzati dal pericolo, se ne stavano lontani. Ma i Romani, sia in pace che in guerra, si adoperavano senza tregua, si affrettavano, si preparavano, l'uno incitava l'altro, andavano incontro ai nemici, difendevano con le armi la libertà, la patria e i genitori. Poi, quando ebbero respinto i pericoli con il valore, portavano aiuti agli alleati e agli amici, e creavano amicizie più dando che ricevendo favori. Avevano un governo legittimo e il nome di re. Si consultavano sulla repubblica uomini scelti, il cui corpo era indebolito dagli anni ma l'ingegno forte dalla sapienza: questi erano chiamati padri sia per l'età sia per la somiglianza di responsabilità.
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È opportuno che tutti coloro i quali deliberano su questioni incerte, padri coscritti, siano liberi dall'odio, dall'amicizia, dall'ira e dalla compassione. La mente difficilmente vede il vero quando questi sentimenti la ostacolano, e nessuno può servire contemporaneamente al desiderio e all'utilità. Quando si applica l'ingegno, esso vale; se il desiderio lo domina, esso comanda e la mente non vale nulla. Ho a disposizione molta materia per ricordare, padri coscritti, quante cose regnanti e popoli, spinti dall'ira o dalla compassione, abbiano deciso male. Ma preferisco dire quelle che i nostri antenati fecero correttamente e ordinatamente contro il desiderio del loro animo. Nella guerra macedonica, che abbiamo combattuto contro il re Perseo, la città dei Rodii, grande e magnifica, che era cresciuta grazie alle ricchezze del popolo romano, fu infida e ostile a noi. Ma dopo che la guerra fu conclusa e si deliberò sui Rodii, i nostri antenati, affinché nessuno dicesse che la guerra era stata intrapresa per avidità di ricchezze piuttosto che per ingiustizia, li lasciarono impuniti. Allo stesso modo in tutte le guerre puniche, sebbene i Cartaginesi spesso in pace e durante le tregue avessero commesso molti crimini empi, mai essi stessi colsero l'occasione per fare altrettanto: si chiedevano piuttosto ciò che fosse degno di loro, piuttosto che ciò che potesse essere loro fatto legittimamente. Anche voi dovete provvedere a questo, padri coscritti, affinché presso di voi il crimine di P. Lentulo e degli altri non abbia più peso della vostra dignità, e non consultiate più all'ira vostra che alla vostra fama.
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