Caricamento…
Caricamento…
di Sallustio
I passi più studiati, con la traduzione accanto. Tocca una parola e si accende la sua resa.
1
Ma Hiempsal per caso in quel momento abitava nell'oppido di Thirmida, in casa di colui che era stato il littore più vicino a Giugurta e gli era sempre stato caro e gradito. Questi lo onera di promesse, messo a disposizione dal caso come servo, e lo spinge a entrare nella casa come se fosse la sua, a procurarsi false chiavi delle porte - infatti le vere si trovavano presso Hiempsal - del resto, quando la situazione lo richiedesse, egli stesso sarebbe venuto con una grande mano armata. Il Numida in breve tempo esegue i comandi e, come gli era stato insegnato, di notte introduce i soldati di Giugurta. Questi, dopo esser piombati nella casa, sparsi cercano il re, altri uccidono mentre dorme, altri coloro che gli vengono incontro, frugano i nascondigli, sfondano le porte chiuse, mettono tutto sottosopra con fracasso e tumulto, quando intanto Hiempsal si ritrova nascosto in una capanna della schiava di una donna, dove all'inizio, spaventato e ignaro dei luoghi, si era rifugiato. I Numidi, come era stato loro ordinato, riportano la sua testa a Giugurta.
2
Adherbal, sebbene avesse inviato legati a Roma che facessero conoscere al senato l'uccisione di suo fratello e la sua situazione, tuttavia, confidando nella moltitudine dei suoi soldati, si preparava a contendere con le armi. Ma quando la cosa giunse a uno scontro, sconfitto fuggì dalla battaglia nella provincia e poi si diresse a Roma. Allora Giugurta, portati a termine i suoi piani, dal momento che controllava tutta la Numidia, meditando nel suo animo il suo misfatto, temeva il popolo romano e non aveva speranza alcuna di resistergli se non nell'avidità della nobiltà e nel suo denaro. Perciò in pochi giorni invia legati a Roma con molto oro e argento, ai quali ordina, primo che riempiano di regali gli amici antichi, poi che ne acquisiscano di nuovi, infine che non esitino a procurare con largizioni tutto ciò che potranno.
3
Dopo l'alleanza di Aulo e la vergognosa fuga del nostro esercito, i consoli designati Metello e Silano si divisero le province tra loro, e a Metello toccò la Numidia, uomo energico e, sebbene ostile alle fazioni popolari, tuttavia con fama equa e intatta. Costui, non appena assunse la carica, considerando tutto il resto in comune col collega, rivolse l'animo alla guerra che stava per condurre. Perciò diffidando dell'esercito vecchio, si mise a arruolare soldati, a raccogliere presidi da ogni parte, a preparare armi, dardi, cavalli e altri strumenti della guerra, inoltre a procurare vettovagliamento abbondante, infine tutto ciò che di solito serve in una guerra varia e che richiede molte cose. Certo, per realizzare questi progetti, il senato con la sua autorità, gli alleati e la Lega Latina inviando spontaneamente aiuti, infine tutta la città, si impegnava con il massimo zelo. Così, una volta preparate e ordinate tutte le cose secondo il volere di tutti, parte verso la Numidia, con grande speranza dei cittadini sia per le sue buone qualità sia soprattutto perché aveva un animo invitto contro la ricchezza, e prima di allora l'avidità dei nostri magistrati in Numidia aveva indebolito le nostre risorse e accresciuto quelle dei nemici.
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Ma lui stesso, pochi anni dopo, consumato dalla malattia e dall'età, quando comprese che la fine della vita gli era vicina, si dice che abbia pronunciato queste parole davanti agli amici e ai parenti e inoltre ad Adherbale e Iempsale suoi figli, insieme a Iugurta: «Io te, Iugurta, rimasto orfano di padre, privo di speranza e di ricchezze, accolsi nel mio regno, pensando che non meno di me saresti caro a te che ai figli, se ne avessi generati, per i benefici ricevuti. E questo non mi ingannò. Infatti, tralasciando le altre tue grandi e straordinarie imprese, recentemente tornando da Numanzia hai onorato me e il mio regno di gloria e con il tuo valore hai reso i Romani da amici i più affezionati amici per noi. In Hispania il nome della famiglia è stato rinnovato. Infine, cosa difficilissima tra i mortali, hai vinto la gloria con l'invidia. Ora, poiché la natura pone fine alla mia vita, ti esorto e ti supplico per questa destra, per la fedeltà del regno, affinché coloro che ti sono prossimi per stirpe e sono miei fratelli per beneficio, tu li ami caro, e non preferisca unire a te estranei piuttosto che trattenere coloro che sono congiunti di sangue. Non gli eserciti né i tesori sono protezione del regno, ma gli amici, che non puoi costringere con le armi né procurare con l'oro: si ottengono con la diligenza e la fedeltà. Chi infatti è più amico del fratello al fratello? O quale straniero fedele troverai, se sarai nemico dei tuoi? Certo io vi consegno il regno saldo, se sarete buoni; se sarete cattivi, debole. Infatti con la concordia le piccole cose crescono,
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Infatti all'inizio uccise Iempsale mio fratello, quindi mi scacciò dal regno paterno. Quali siano state le nostre ingiustizie, nulla importa a voi. Ma ora costui tiene il vostro regno con le armi, e me, che voi avete posto come comandante dei Numidi, lo assedia rinchiuso; quale considerazione abbia fatto delle parole dei legati, i pericoli che ho corso lo dichiarano. Che cosa rimane se non il vostro potere, con il quale possa essere mosso? Infatti io desidererei che queste cose che scrivo e quelle che prima ho lamentato in senato fossero piuttosto vane, piuttosto che la mia miseria desse credito alle parole. Ma poiché sono nato per essere spettacolo dei crimini di Iugurta, non chiedo più la morte né le calamità, soltanto che mi strappiate dal dominio del nemico e dai tormenti del corpo. Del regno dei Numidi, che è vostro, usatene come vi piace, decidete; me liberate dalle mani empi, per la maestà dell'impero, per la fedeltà dell'amicizia, se rimane presso di voi qualche ricordo di mio nonno Massinissa.
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Nel frattempo a Roma C. Mamilio Limetano tribuno della plebe propone un'inchiesta al popolo affinché si investigasse contro coloro il cui consiglio aveva fatto sì che Iugurta disprezzasse i decreti del senato, e coloro che da lui avevano ricevuto denaro in legazioni o in comandi, quelli che avevano consegnato elefanti e quelli che avevano consegnato fuggiaschi, così pure coloro che avevano stipulato patti su pace o guerra con i nemici. A questa inchiesta alcuni, consapevoli del loro ruolo, altri temendo pericoli per invidia di fazione, poiché non potevano resistere apertamente, cercavano di dichiarare che approvavano questa e altre simili misure, ma in segreto attraverso amici e soprattutto attraverso uomini di nome latino e alleati italici preparavano ostacoli. Ma la plebe, incredibile a dirsi, fu straordinariamente attenta e con quale forza ordinò l'inchiesta, più per odio verso la nobiltà, cui quelle misere conseguenze erano dirette, che per cura dello stato: tanto era il desiderio di fazione. Dunque, mentre gli altri erano prostrati dalla paura, M. Scauro, di cui abbiamo detto sopra che era stato legato di Bestia, in mezzo alla gioia della plebe e alla fuga dei suoi, mentre anche allora la città era turbata, quando dalle inchieste di Mamilia si dovevano eleggere tre questori, fece in modo di essere creato lui stesso in quel numero. Ma l'inchiesta si condusse in modo aspro e violento secondo il sentimento e il desiderio della plebe: come spesso aveva colto l'insolenza della nobiltà da circostanze favorevoli, così in quel tempo l'insolenza aveva colto la plebe.
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Infatti dopo che Ti. e C. Gracco, i cui antenati avevano molto contribuito allo stato in guerra punica e in altre guerre, cominciarono a rivendicare la libertà della plebe e a svelare i crimini di pochi, la nobiltà colpevole e così turbata aveva opposto ostacolo alle azioni dei Gracchi prima attraverso i socii e il nome latino, talora attraverso i cavalieri romani, che la speranza di alleanza aveva staccato dalla plebe; e prima uccise Tiberio, poi pochi anni dopo Gaio, che stava per fare lo stesso, uno come tribuno, l'altro come triumviro per la deduzione di colonie, insieme a M. Fulvio Flacco con il ferro. E certamente i Gracchi, per desiderio di vittoria, non ebbero animo sufficientemente moderato. Ma è meglio essere vinti da una cosa buona che vincere una ingiustizia con un modo cattivo. Dunque la nobiltà da quella vittoria, secondo il suo desiderio, estinse molti uomini con il ferro o con la fuga e aggiunse a sé più timore che potenza per l'avvenire. Questa cosa per lo più portò al collasso grandi stati, mentre gli uni volevano vincere gli altri in ogni modo e punire più duramente i vinti. Ma se dovessi trattare singolarmente o secondo l'importanza dei studi di fazione e dei costumi di tutta la città, il tempo mi abbandonerebbe più presto che la materia. Perciò ritorno al proposito iniziale.
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In quel medesimo tempo, a Utica, mentre Caio Mario stava offrendo sacrifici agli dèi, un aruspice gli annunziò che grandi e meravigliosi prodigi si manifestavano. Lo esortò dunque ad agire secondo i suoi progetti, confidando negli dèi, e a mettere alla prova la fortuna il più spesso possibile: tutto sarebbe riuscito favorevolmente. Ma Mario era già da tempo tormentato da un immenso desiderio del consolato. Per ottenerlo, aveva in abbondanza tutto il resto eccetto l'antichità della famiglia: l'energia, l'onestà, una grande conoscenza delle cose militari, un animo focoso in guerra ma moderato in pace, vittorioso sulla lussuria e sulla ricchezza, avido soltanto di gloria. Ma egli era nato e aveva trascorso tutta l'infanzia ad Arpino. Quando raggiunse l'età adatta al servizio militare, si dedicò al compimento dei suoi doveri militari, non all'eloquenza greca né alle raffinatezze urbane. Così, tra le belle arti, il suo ingegno integro si sviluppò in breve tempo. Dunque, quando per primo chiese al popolo la carica di tribuno militare, sebbene molti non conoscessero il suo volto, fu facilmente riconosciuto in tutte le tribù. Poi da quella carica ne ottenne un'altra, e poi ancora un'altra, e sempre mentre ricopriva incarichi agiva in modo tale da meritare una posizione più alta di quella che deteneva. Tuttavia un uomo così fatto - che più tardi, trascinato dall'ambizione, cadde in rovina - non osava allora aspirare al consolato. Ancora in quel tempo la plebe deteneva gli altri magistrati mentre la nobiltà si passava il consolato come un'eredità di famiglia.
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Mio padre ci ha lasciato due fratelli; il terzo, Giugurta, credeva di averlo legato a noi con i suoi benefici. Uno di loro è stato ucciso, e io a stento sono sfuggito alle mani criminali dell'altro. Che cosa devo fare? Dove soprattutto devo rivolgermi, infelice? Tutte le difese della mia stirpe sono estinte. Mio padre, come era necessario, ha ceduto alla natura. Al fratello, come non avrebbe dovuto, ha tolto la vita ai miei parenti attraverso il crimine. Diversi altri disastri hanno oppresso i miei affini, amici e parenti: alcuni catturati da Giugurta sono stati messi in croce, altri esposti alle bestie; pochi, ai quali è rimasta la vita, rinchiusi nell'oscurità con dolore e lutto, trascorrono una vita più pesante della morte. Se tutto quello che ho perduto o che è diventato avverso per necessità fosse rimasto intatto, tuttavia, se qualcosa di male mi fosse capitato improvvisamente, vi implorerei, padri coscritti, voi ai quali conviene che sia cura di ogni genere di diritti e di ingiustizie secondo la grandezza dell'impero. Ora invece, esule dalla patria, dalla casa, solo e privo di tutte le cose onorevoli, dove devo rivolgermi o chi devo supplicare? Le nazioni e i re, che tutti sono ostili alla mia famiglia a causa della vostra amicizia? Oppure mi è lecito recarmi in qualche luogo dove non vi siano numerosissimi monumenti ostili dei miei antenati? O chi può avere pietà di noi, che un tempo fummo nemici di voi? Ma quella notte, che fu la prossima prima del giorno in cui era stato fissato il colloquio, il Mauro, riuniti gli amici e subito mutato atteggiamento, messi gli altri da parte, si dice abbia molto agitato con se stesso, con il volto, il colorito e il movimento del corpo parimenti vario come l'animo; cose che evidentemente, stando lui in silenzio, avevano rivelato i segreti del petto. Tuttavia infine ordina di far venire Silla e, secondo il suo parere, tende insidie ai Numidi. Poi quando arrivò il giorno e gli fu annunziato che Giugurta non era lontano, procede con pochi amici e con il nostro questore come se andasse incontro per fare onore, verso un tumulo facile a vedersi per coloro che stavano in agguato. Lo stesso Numida con molti dei suoi uomini necessari accede disarmato, come era stato stabilito, e subito, dato il segnale, viene assalito contemporaneamente da ogni parte dall'imboscata. Gli altri vengono trucidati, Giugurta viene consegnato legato a Silla e da lui a Mario.
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