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latino · Sallustio
Sallustio · Bellum catilinae
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
In questo passo del Bellum catilinae di Sallustio, i catilinari rivolgono un appassionato appello al loro comandante. Essi denunciano l'oppressione dei creditori e l'ingiustizia dei magistrati, rivendicando la libertà come unico loro scopo e non l'ambizione di potere.
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«Dei e uomini lo attestiamo, comandante: non abbiamo preso le armi contro la patria né per recare pericolo ad altri, ma affinché i nostri corpi fossero protetti dall'ingiuria. Noi, miserandi e bisognosi, siamo stati oppressi dalla violenza e dalla crudeltà dei creditori: molti abbiamo perso la patria, tutti siamo stati privati di fama e di ricchezze. Nessuno di noi ha potuto usare le leggi secondo la tradizione dei nostri avi, né, perduto il patrimonio, conservare il corpo libero: tanta è stata la ferocia dei creditori e del pretore. Spesso i vostri antenati, mossi a pietà della plebe romana, l'hanno soccorsa con i loro decreti per alleviarne la povertà; e ultimamente, a memoria nostra, a causa dell'enorme debito, per volontà di tutti i cittadini benestanti il denaro è stato pagato col bronzo. Spesso la plebe stessa, mossa dal desiderio di dominare o ribellatasi per superbia dei magistrati, si è separata dai patrizi. Ma noi non cerchiamo l'imperio né le ricchezze, per le quali nascono tutte le guerre e i conflitti tra gli uomini, bensì la libertà, che nessun uomo dabbene perde se non insieme alla vita. Te e il senato supplichiamo: abbiate cura dei vostri miseri cittadini, restituite la protezione della legge che l'iniquità del pretore ci ha tolto, e non ci costringete a quella necessità di cercare in qual modo possiamo vendicarci meglio del nostro sangue!»
"Deos hominesque testamur, imperator, nos arma neque contra patriam cepisse neque quo periculum aliis faceremus, sed uti corpora nostra ab iniuria tuta forent, qui miseri, egentes, violentia atque crudelitate faeneratorum plerique patriae, sed omnes fama atque fortunis expertes sumus. Neque cuiquam nostrum licuit more maiorum lege uti, neque amisso patrimonio liberum corpus habere: tanta saevitia faeneratorum atque praetoris fuit. Saepe maiores vostrum, miseriti plebis Romanae, decretis suis inopiae eius opitulati sunt; ac novissume memoria nostra propter magnitudinem aeris alieni volentibus omnibus bonis argentum aere solutum est. Saepe ipsa plebs, aut dominandi studio permota aut superbia magistratuum armata, a patribus secessit. At nos non imperium neque divitias petimus, quarum rerum causa bella atque certamina omnia inter mortalis sunt, sed libertatem, quam nemo bonus nisi cum anima simul amittit. Te atque senatum obtestamur: consulatis miseris civibus, legis praesidium, quod iniquitas praetoris eripuit, restituatis neve nobis eam necessitudinem inponatis, ut quaeramus, quonam modo maxume ulti sanguinem nostrum pereamus!"
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I 115 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
«Dei e uomini lo attestiamo, comandante: non abbiamo preso le armi contro la patria né per recare pericolo ad altri, ma affinché i nostri corpi fossero protetti dall'ingiuria. È l'inizio della versione di Sallustio, Bellum catilinae.
Secondo il discorso dei catilinari in Sallustio, essi si sono ribellati perché oppressi dai creditori e dai magistrati corrotti, per difendere i propri corpi dall'ingiustizia e per rivendicare la libertà, non per ambizione di potere o ricchezze.
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