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latino · Tacito
Tacito · Dialogus de oratoribus
Il Dialogus de oratoribus è un'opera di Tacito in forma di dialogo, dedicata al declino dell'eloquenza romana. Il capitolo 17 è parte del discorso in cui si discute se gli oratori detti «antichi» siano davvero tali rispetto ai moderni: l'interlocutore osserva che Cicerone e i grandi oratori del tardo repubblicano vissero in realtà non molto lontani nel tempo dai contemporanei. L'argomento è cronologico: sommando gli anni dei principati da Augusto a Vespasiano si arriva a soli 120 anni dalla morte di Cicerone, la vita di un solo uomo.
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Ma passo agli oratori latini, riguardo ai quali non siete soliti anteporre, credo, Menenio Agrippa, che può sembrare antico, agli eloquenti dei nostri tempi, bensì Cicerone e Cesare e Celio e Calvo e Bruto e Asinio e Messalla: e non capisco perché li attribuiate all'antichità piuttosto che ai nostri tempi. Infatti, per parlare di Cicerone stesso, sotto il consolato di Irzio e Pansa, come scrive Tirone suo liberto, fu ucciso il sette di dicembre, anno in cui il divino Augusto si sostituì al posto di Pansa e di Irzio come console, insieme a Q. Pedio. Calcola i cinquantasei anni in cui il divino Augusto governò lo stato; aggiungi i ventitré di Tiberio, e il quasi quadriennio di Caligola, e i doppi quattordici anni di Claudio e Nerone, e quell'anno lungo e unico di Galba, Otone e Vitellio, e ormai il sesto incarico di questo felice principato, in cui Vespasiano protegge lo stato: si contano centoventi anni dalla morte di Cicerone a questo giorno, la vita di un solo uomo. Perché io stesso in Britannia ho visto un vecchio che confessava di aver partecipato a quella battaglia in cui avevano attaccato Cesare mentre portava le armi in Britannia per respingerlo dalle coste e scacciarlo. Così, se la prigionia, la volontà o qualche destino avessero condotto in città colui che armato aveva resistito a Cesare, egli avrebbe potuto ascoltare ugualmente sia Cesare stesso sia Cicerone, e partecipare anche alle nostre orazioni. Nell'ultima distribuzione di denaro voi stessi avete visto molti vecchi che raccontavano di aver ricevuto il congiario anche dal divino Augusto una e due volte.
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quos … adscribatis
→ perché li attribuiate
«quos quid… adscribatis» è un'interrogativa indiretta dipendente da «non video»: il congiuntivo «adscribatis» esprime la causa del non capire.
Compare nel periodo 1.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
Hirtio … Pansa consulibus
→ sotto il consolato di Irzio e Pansa
«Hirtio et Pansa consulibus» è un ablativo assoluto che indica il tempo: la formula consolare tipica per datare gli eventi nella storiografia latina.
Compare nel periodo 2.
Scheda completa: Ablativo assoluto di tempoNell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
unius hominis aetas
→ la vita di un solo uomo
«unius hominis aetas» è un'apposizione in nominativo a «centum et viginti anni»: il numero di anni corrisponde alla vita di un solo uomo, concludendo l'argomento in modo incisivo.
Compare nel periodo 3.
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qui … fateretur
→ che confessava
«qui se fateretur» è una relativa con congiuntivo imperfetto per attuare l'obliquità: il vecchio confessava (dal suo punto di vista) di aver partecipato.
Compare nel periodo 4.
Scheda completa: Proposizione relativa con congiuntivo obliquoNell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
si … pertraxisset … potuit
→ se avesse condotto… avrebbe potuto
«si… pertraxisset… potuit» è un periodo ipotetico dell'irrealtà nel passato: la condizione (congiuntivo piuccheperfetto) e l'apodosi indicano qualcosa che non è accaduto.
Compare nel periodo 5.
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Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Sed transeo ad Latinos oratores, in quibus non Menenium, ut puto, Agrippam, qui potest videri antiquus, nostrorum temporum disertis anteponere soletis, sed Ciceronem et Caesarem et Caelium et Calvum et Brutum et Asinium et Messallam: quos quid antiquis potius temporibus adscribatis quam nostris, non video. Nam ut de Cicerone ipso loquar, Hirtio nempe et Pansa consulibus, ut Tiro libertus eius scribit, septimo idus Decembris occisus est, quo anno divus Augustus in locum Pansae et Hirtii se et Q. Pedium consules suffecit. Statue sex et quinquaginta annos, quibus mox divus Augustus rem publicam rexit; adice Tiberii tris et viginti, et prope quadriennium Gai, ac bis quaternos denos Claudii et Neronis annos, atque illum Galbae et Othonis et Vitellii longum et unum annum, ac sextam iam felicis huius principatus stationem, qua Vespasianus rem publicam fovet: centum et viginti anni ab interitu Ciceronis in hunc diem colliguntur, unius hominis aetas. Nam ipse ego in Britannia vidi senem, qui se fateretur ei pugnae interfuisse, qua Caesarem inferentem arma Britanniae arcere litoribus et pellere adgressi sunt. Ita si eum, qui armatus C. Caesari restitit, vel captivitas vel voluntas vel fatum aliquod in urbem pertraxisset, aeque idem et Caesarem ipsum et Ciceronem audire potuit et nostris quoque actionibus interesse. Proximo quidem congiario ipsi vidistis plerosque senes, qui se a divo quoque Augusto semel atque iterum accepisse congiarium narrabant.
Ma passo agli oratori latini, riguardo ai quali non siete soliti anteporre, credo, Menenio Agrippa, che può sembrare antico, agli eloquenti dei nostri tempi, bensì Cicerone e Cesare e Celio e Calvo e Bruto e Asinio e Messalla: e non capisco perché li attribuiate all'antichità piuttosto che ai nostri tempi.
Infatti, per parlare di Cicerone stesso, sotto il consolato di Irzio e Pansa, come scrive Tirone suo liberto, fu ucciso il sette di dicembre, anno in cui il divino Augusto si sostituì al posto di Pansa e di Irzio come console, insieme a Q. Pedio.
Calcola i cinquantasei anni in cui il divino Augusto governò lo stato; aggiungi i ventitré di Tiberio, e il quasi quadriennio di Caligola, e i doppi quattordici anni di Claudio e Nerone, e quell'anno lungo e unico di Galba, Otone e Vitellio, e ormai il sesto incarico di questo felice principato, in cui Vespasiano protegge lo stato: si contano centoventi anni dalla morte di Cicerone a questo giorno, la vita di un solo uomo.
Perché io stesso in Britannia ho visto un vecchio che confessava di aver partecipato a quella battaglia in cui avevano attaccato Cesare mentre portava le armi in Britannia per respingerlo dalle coste e scacciarlo.
Così, se la prigionia, la volontà o qualche destino avessero condotto in città colui che armato aveva resistito a Cesare, egli avrebbe potuto ascoltare ugualmente sia Cesare stesso sia Cicerone, e partecipare anche alle nostre orazioni.
Nell'ultima distribuzione di denaro voi stessi avete visto molti vecchi che raccontavano di aver ricevuto il congiario anche dal divino Augusto una e due volte.
171 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
Si traduce: «Ma passo agli oratori latini, riguardo ai quali». Tacito nel Dialogus introduce il confronto tra oratori antichi e moderni, sottolineando che Cicerone e i suoi contemporanei non sono poi così lontani nel tempo.
La tesi è che gli oratori considerati «antichi», come Cicerone, non appartengono a un'era così remota: Tacito calcola che dalla morte di Cicerone a Vespasiano passano appena 120 anni, la durata della vita di un uomo. L'antichità è dunque relativa.
L'aneddoto serve a rendere tangibile la brevità del tempo: un vecchio che Tacito stesso afferma di aver visto in Britannia ricordava la battaglia contro Cesare. La stessa persona avrebbe potuto ascoltare sia Cesare che Cicerone e assistere ancora alle orazioni dei contemporanei di Tacito.
Lo stesso passo (Oratori antichi e moderni) lo trovi qui: