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greco · Appiano
Appiano · Guerre puniche
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Appiano nelle Guerre puniche descrive il momento in cui Scipione osserva Cartagine completamente distrutta dopo l'assedio. Colpito dalla meditazione sulla transitorietà di ogni potenza terrena, il generale romano versa lacrime per il nemico sconfitto, pensando al destino comune di tutte le città.
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Scipione, vedendo una città che aveva prosperato per settecento anni dal suo insediamento e aveva comandato su terre, isole e mari, disposto di navi e armi e elefanti e ricchezze pari alle più grandi potenze, che si era distinta per ardire e zelo, e che pur essendo privata di navi e armi aveva resistito per tre anni alla guerra e alla fame, ora completamente distrutta nella rovina totale, dicono che pianse e fu visto chiarare mentre piangeva per i nemici; a lungo rimase pensieroso in se stesso, considerando che anche città, popoli e regni tutti devono cambiare come gli uomini per decreto divino. E questo soffrì Ilio, una volta città fortunata; lo soffrì l'impero degli Assiri, dei Medi e dei Persiani, che fu il più grande dopo di essi; e soprattutto quello dei Macedoni che brillò da poco; sia che spontaneamente, sia che il poeta stesso lo dica: «Verrà il giorno in cui perirà la sacra Ilio e Priamo e il popolo del nobile Priamo».
Ο δε Σκιπιων πολιν ορων επτακοσιοις ετεσιν ανθησασαν απο του συνοικισμου, και γης τοσησδε και νησων και θαλασσης επαρξασαν, δηλων τε και νεων και ελεφαντων και χρηματων ευπορησασαν ισα ταις αρχαις ταις μεγισταις, τολμη δε και προθυμια πολυ διασχουσαν, η γε και ναυς και οπλα παντα περνηρημενη τρισιν ομως ετεσιν αντεσχε πολεμω τοσωδε και λιμω, τοτε αρδην τετελευτηκυιαν ες πανωλεθριαν εσχατην, λεγεται μεν δακρυσαι και φανερος γενεσθαι κλαιων υπερ πολεμιων, επι πολυ δ' εννους εφ' εαυτου γενομενος τε, και συνιδων οτι και πολεις και εθνη και αρχας απασας δει μεταβαλειν ωσπερ ανθρωπους δαιμονα, και τουτ' επαθε μεν Ιλιον, ευτυχης ποτε πολις, επαθε δε η Ασσυριων και Μηδων και Περσων επ' εκεινοις αρχη μεγιστη γενομενη, και η μαλιστα εναγχος εκλαμψασα η Μακεδονων, ειτε εκων ειτε προφυγοντος αυτον τουδε του επους, «Εσσεται ημαρ οταν ποτ' ολωλη Ιλιος ιρη και Πριαμος και λαος ευμμελιω Πριαμοιο».
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I 96 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Scipione, vedendo una città che aveva prosperato per settecento anni dal suo insediamento e aveva comandato su terre, isole e mari, disposto di navi e armi e elefanti e ricchezze pari alle più grandi potenze, che si era distinta per ardire e zelo, e che pur essendo privata di navi e armi aveva resistito per tre anni alla guerra e alla fame, ora completamente distrutta nella rovina totale, dicono che pianse e fu visto chiarare mentre piangeva per i nemici; a lungo rimase pensieroso in se stesso, considerando che anche città, popoli e regni tutti devono cambiare come gli uomini per decreto divino. È l'inizio della versione di Appiano, Guerre puniche.
In Appiano, Scipione piange considerando la grandezza di Cartagine e il suo destino di rovina totale, meditando sulla legge universale che fa cadere tutte le città e gli imperi, come Ilio, Assiri, Medi e Macedoni.
Altri passi di Appiano già tradotti e analizzati.