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greco · Platone
Platone · Apologia di Socrate
Traduzione e analisi di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
L'Apologia di Socrate è il discorso che Platone mette in bocca a Socrate durante il processo che lo condannerà a morte nel 399 a.C. Socrate racconta come, dopo aver ricevuto l'oracolo di Delfi che lo dichiarava il più sapiente, abbia intrapreso un'indagine interrogando politici, poeti e artigiani. In questo brano descrive il primo incontro con un politico famoso: costui crede di sapere, ma in realtà non sa nulla, mentre Socrate almeno sa di non sapere.
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Per molto tempo ero perplesso su che cosa mai volesse dire; poi, con grande fatica, mi volsi a una ricerca di questo tipo. Mi recai da uno di quelli che sembravano sapienti, pensando che là, più che altrove, avrei confutato l'oracolo e avrei mostrato alla risposta divina: «Costui è più sapiente di me, e tu mi avevi dichiarato tale». Esaminandolo dunque, non ho bisogno di dire il nome, era uno dei politici presso il quale, esaminandolo, ebbi questa impressione, o Ateniesi, e parlandogli, mi sembrò che quest'uomo apparisse sapiente a molti altri uomini e soprattutto a se stesso, ma non lo fosse. E poi cercavo di mostrargli che credeva di essere sapiente, ma non lo era. Da ciò mi resi odioso a costui e a molti dei presenti; allontanandomi, ragionavo tra me che io sono più sapiente di quest'uomo. Probabilmente nessuno dei due sa nulla di bello e di buono, ma costui crede di sapere qualcosa senza saperlo, mentre io, come non so, così non credo nemmeno di sapere; sembro dunque essere di poco più sapiente di lui almeno in questo, che ciò che non so non credo nemmeno di saperlo. Da lì andai da un altro di quelli che sembravano più sapienti di lui e mi parve la stessa cosa, e anche là mi resi odioso a quello e a molti altri.
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
ἐλέγξων … ἀποφανῶν
→ avrei confutato... avrei mostrato
ἐλέγξων e ἀποφανῶν sono participi futuri che esprimono lo scopo del movimento (ἦλθον): costrutto tipico del greco per indicare l'intenzione.
Compare nel periodo 2.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
οἴεταί … εἰδώς
→ crede di sapere senza saperlo
οἴεταί τι εἰδέναι οὐκ εἰδώς: il participio negato οὐκ εἰδώς ha valore concessivo-avversativo, opponendosi alla credenza di costui. Tradotto con «senza sapere».
Compare nel periodo 6.
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Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Πολὺν μὲν χρόνον ἠπόρουν τί ποτε λέγει· ἔπειτα μόγις πάνυ ἐπὶ ζήτησιν αὐτοῦ τοιαύτην τινὰ ἐτραπόμην. Ἦλθον ἐπί τινα τῶν δοκούντων σοφῶν εἶναι, ὡς ἐνταῦθα εἴπερ που ἐλέγξων τὸ μαντεῖον καὶ ἀποφανῶν τῷ χρησμῷ ὅτι «Οὑτοσὶ ἐμοῦ σοφώτερός ἐστι, σὺ δ' ἐμὲ ἔφησθα». Διασκοπῶν οὖν τοῦτον - ὀνόμαti γὰρ οὐδὲν δέομαι λέγειν, ἦν δέ τις τῶν πολιτικῶν πρὸς ὃν ἐγὼ σκοπῶν τοιοῦτόν τι ἔπαθον, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, καὶ διαλεγόμενος αὐτῷ -, ἔδοξέ μοι οὗτος ὁ ἀνὴρ δοκεῖν μὲν εἶναι σοφὸς ἄλλοις τε πολλοῖς ἀνθρώποις καὶ μάλιστα ἑαυτῷ, εἶναι δ' οὔ· κἄπειτα ἐπειρώμην αὐτῷ δεικνύναι ὅτι οἴοιτο μὲν εἶναι σοφός, εἴη δ' οὔ. Ἐντεῦθεν οὖν τούτῳ τε ἀπηχθόμην καὶ πολλοῖς τῶν παρόντων· πρὸς ἐμαυτὸν δ' οὖν ἀπιὼν ἐλογιζόμην ὅτι τούτου μὲν τοῦ ἀνθρώπου ἐγὼ σοφώτερός εἰμι· κινδυνεύει μὲν γὰρ ἡμῶν οὐδέτερος οὐδὲν καλὸν κἀγαθὸν εἰδέναι, ἀλλ' οὗτος μὲν οἴεταί τι εἰδέναι οὐκ εἰδώς, ἐγὼ δέ, ὥσπερ οὖν οὐκ οἶδα, οὐδὲ οἴομαι· ἔοικα γοῦν τούτου γε σμικρῷ τινι αὐτῷ τούτῳ σοφώτερος εἶναι, ὅτι ἃ μὴ οἶδα οὐδὲ οἴομαι εἰδέναι. Ἐντεῦθεν ἐπ' ἄλλον ᾖα τῶν ἐκείνου δοκούντων σοφωτέρων εἶναι καί μοι ταὐτὰ ταῦτα ἔδοξε, καὶ ἐνταῦθα κἀκείνῳ καὶ ἄλλοις πολλοῖς ἀπηχθόμην.
Per molto tempo ero perplesso su che cosa mai volesse dire; poi, con grande fatica, mi volsi a una ricerca di questo tipo.
Mi recai da uno di quelli che sembravano sapienti, pensando che là, più che altrove, avrei confutato l'oracolo e avrei mostrato alla risposta divina: «Costui è più sapiente di me, e tu mi avevi dichiarato tale».
Esaminandolo dunque, non ho bisogno di dire il nome, era uno dei politici presso il quale, esaminandolo, ebbi questa impressione, o Ateniesi, e parlandogli, mi sembrò che quest'uomo apparisse sapiente a molti altri uomini e soprattutto a se stesso, ma non lo fosse.
E poi cercavo di mostrargli che credeva di essere sapiente, ma non lo era.
Da ciò mi resi odioso a costui e a molti dei presenti; allontanandomi, ragionavo tra me che io sono più sapiente di quest'uomo.
Probabilmente nessuno dei due sa nulla di bello e di buono, ma costui crede di sapere qualcosa senza saperlo, mentre io, come non so, così non credo nemmeno di sapere; sembro dunque essere di poco più sapiente di lui almeno in questo, che ciò che non so non credo nemmeno di saperlo.
Da lì andai da un altro di quelli che sembravano più sapienti di lui e mi parve la stessa cosa, e anche là mi resi odioso a quello e a molti altri.
131 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
Si traduce «Per molto tempo ero perplesso su che cosa mai volesse dire». Socrate nell'Apologia di Platone racconta il suo disorientamento iniziale di fronte alla risposta dell'oracolo di Delfi che lo dichiarava il più sapiente tra gli uomini.
Nell'Apologia di Platone, Socrate scopre che i politici credono di sapere senza in realtà sapere nulla. Socrate conclude di essere di poco più sapiente proprio perché, non sapendo, non crede nemmeno di sapere: questa consapevolezza della propria ignoranza è la sua superiorità.
Significa «non credo di sapere nulla». È la formulazione della celebre dottrina socratica: la vera sapienza non è possedere conoscenza, ma riconoscere i propri limiti. Socrate la presenta come il solo vantaggio che lo distingue da chi presume di sapere senza sapere.
Lo stesso passo (L'indagine di Socrate) lo trovi qui: