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greco · Platone
Platone · Repubblica
Traduzione e analisi di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Platone è il filosofo ateniese del IV secolo a.C. La Repubblica è il suo dialogo più famoso, dedicato alla definizione della giustizia e alla descrizione della città ideale. In questo brano Socrate e il suo interlocutore concludono che scambiare i ruoli tra le tre classi della città (artigiani, guerrieri, guardiani) costituisce il danno più grave per la polis e corrisponde esattamente all'ingiustizia: la giustizia consiste nel fare ciascuno il proprio compito.
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Un falegname che tenta di svolgere i lavori del calzolaio, o un calzolaio quelli del falegname, o che si scambino gli strumenti o le funzioni, o anche che lo stesso individuo tenti di fare entrambe le cose, con tutti gli altri scambi del genere, ti sembra che potrebbe danneggiare gravemente la città? Non molto, disse. Ma quando, credo, un artigiano o un altro che per natura fa commercio, inorgoglito dalla ricchezza, dalla folla, dalla forza o da qualcosa di simile, tenta di passare alla classe dei guerrieri, o qualcuno dei guerrieri, che ne è indegno, tenta di entrare nella classe dei consiglieri e guardiani, e questi si scambiano strumenti e funzioni, o quando lo stesso individuo tenta di fare tutto questo insieme, allora ritengo che anche a te sembri che questo cambiamento e questa polipragmosyne di costoro sia una rovina per la città. Assolutamente sì. L'ingerenza e il cambiamento reciproco delle tre classi che esistono è il danno più grande per la città e si chiamerebbe giustamente, nel modo più appropriato, malvagità. Assolutamente. Non dirai che la più grande malvagità verso la propria città è ingiustizia? Come potrei non dirlo? Questa dunque è ingiustizia.
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
ὅταν … ἐπιχειρῇ
→ quando tenta di passare
ὅταν... ἐπιχειρῇ ἰέναι: ὅταν (= ὅτε + ἄν) con il congiuntivo presente ἐπιχειρῇ esprime una condizione temporale iterativa o eventuale: «ogni volta che/quando». Costrutto tipico per enunciare norme generali nella prosa platonica.
Compare nel periodo 3.
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Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Τέκτων σκυτοτόμου ἐπιχειρῶν ἔργα ἐργάζεσθαι ἢ σκυτοτόμος τέκτονος, ἢ τὰ ὄργανα μεταλαμβάνοντες τἀλλήλων ἢ τιμάς, ἢ καὶ ὁ αὐτὸς ἐπιχειρῶν ἀμφότερα πράττειν, πάντα τἆλλα μεταλλαττόμενα, ἆρά σοι ἂν δοκεῖ μέγα βλάψαι πόλιν; Οὐ πάνυ, ἔφη. Ἀλλ᾽ ὅταν γε οἶμαι δημιουργὸς ὤν ἤ τις ἄλλος χρηματιστὴς φύσει, ἔπειτα ἐπαιρόμενος ἢ πλούτῳ ἢ πλήθει ἢ ἰσχύϊ ἢ ἄλλῳ τῳ τοιούτῳ εἰς τὸ τοῦ πολεμικοῦ εἶδος ἐπιχειρῇ ἰέναι, ἢ τῶν πολεμικῶν τις εἰς τὸ τοῦ βουλευτικοῦ καὶ φύλακος ἀνάξιος ὤν, καὶ τὰ ἀλλήλων οὗτοι ὄργανα μεταλαμβάνωσι καὶ τὰς τιμάς, ἢ ὅταν ὁ αὐτὸς πάντα ταῦτα ἅμα ἐπιχειρῇ πράττειν, τότε οἶμαι καὶ σοὶ δοκεῖν ταύτην τὴν τούτων μεταβολὴν καὶ πολυπραγμοσύνην ὄλεθρον εἶναι τῇ πόλει. Παντάπασι μὲν οὖν. Ἡ τριῶν ἄρα ὄντων γενῶν πολυπραγμοσύνη καὶ μεταβολὴ εἰς ἄλληλα μεγίστη τε βλάβη τῇ πόλει καὶ ὀρθότατ᾽ ἂν προσαγορεύοιτο μάλιστα κακουργία. Κομιδῇ μὲν οὖν. Κακουργίαν δὲ τὴν μεγίστην τῆς ἑαυτοῦ πόλεως οὐκ ἀδικίαν φήσεις εἶναι; Πῶς δ᾽ οὔ; Τοῦτο μὲν ἄρα ἀδικία.
Un falegname che tenta di svolgere i lavori del calzolaio, o un calzolaio quelli del falegname, o che si scambino gli strumenti o le funzioni, o anche che lo stesso individuo tenti di fare entrambe le cose, con tutti gli altri scambi del genere, ti sembra che potrebbe danneggiare gravemente la città?
Non molto, disse.
Ma quando, credo, un artigiano o un altro che per natura fa commercio, inorgoglito dalla ricchezza, dalla folla, dalla forza o da qualcosa di simile, tenta di passare alla classe dei guerrieri, o qualcuno dei guerrieri, che ne è indegno, tenta di entrare nella classe dei consiglieri e guardiani, e questi si scambiano strumenti e funzioni, o quando lo stesso individuo tenta di fare tutto questo insieme, allora ritengo che anche a te sembri che questo cambiamento e questa polipragmosyne di costoro sia una rovina per la città.
Assolutamente sì.
L'ingerenza e il cambiamento reciproco delle tre classi che esistono è il danno più grande per la città e si chiamerebbe giustamente, nel modo più appropriato, malvagità.
Assolutamente.
Non dirai che la più grande malvagità verso la propria città è ingiustizia?
Come potrei non dirlo?
Questa dunque è ingiustizia.
113 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
Si traduce: «Un falegname che tenta di svolgere i lavori del calzolaio». Platone usa questo esempio concreto di mestieri artigianali per introdurre il principio astratto della giustizia nella Repubblica: lo scambio di ruoli tra artigiani è poco dannoso, ma quando riguarda le tre classi della città diventa catastrofico.
La πολυπραγμοσύνη, letteralmente «il fare molte cose», indica l'ingerenza di ciascuno nella sfera degli altri e lo scambio dei ruoli tra le classi. Nella Repubblica Platone la identifica come la più grande malvagità (μεγίστη κακουργία) per la città, e la chiama direttamente ingiustizia (ἀδικία), ponendo così la giustizia come il suo esatto contrario.
Nel passo della Repubblica Platone fa concludere a Socrate che la polipragmosyne tra le tre classi (produttori, guerrieri e guardiani) è la più grande malvagità per la città, e che questa malvagità si chiama giustamente ingiustizia. L'ingiustizia coincide quindi con la confusione dei ruoli, mentre la giustizia è il contrario: che ciascuno faccia il proprio.
Lo stesso passo (A ognuno il proprio compito) lo trovi qui: