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greco
Traduzione e analisi di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Platone è il grande filosofo ateniese del IV sec. a.C., allievo di Socrate e maestro di Aristotele. La Repubblica è il suo capolavoro politico, in cui Socrate e i suoi interlocutori cercano la definizione di giustizia costruendo a parole la città ideale. In questo passo Socrate propone di cercare la giustizia su scala più grande, quella della polis, prima che nell'individuo, e ne individua l'origine nel bisogno reciproco che spinge gli uomini a vivere insieme.
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«La giustizia, diciamo, è propria di un singolo uomo, ma è anche, pare, di un'intera città». «Certamente», disse lui. «Sembra dunque necessario tentare di portarlo a termine? Ritengo infatti che non sia una piccola impresa; riflettete dunque». «È già stato considerato», disse Adimanto; «ma non fare diversamente». «Nasce dunque», dissi io, «una città, come ritengo, poiché ciascuno di noi si trova a non essere autosufficiente, ma bisognoso di molte cose; o pensi che vi sia qualche altra origine del formare una città?». «Nessuna», disse lui. «Così dunque, accogliendo l'uno l'altro, per il bisogno dell'uno e dell'altro, avendo bisogno di molte cose, avendo radunato molti in un'unica dimora come soci e aiuti, a questa comunità di vita demmo il nome di città».
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
μὲν … δέ
→ da un lato... ma
I due ἔστι sono collegati da μέν... δέ, che affianca (senza vera opposizione) i due predicati: la giustizia appartiene all'individuo e insieme alla città.
Compare nel periodo 1.
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Δοκεῖ … χρῆναι ἐπιχειρῆσαι περαίνειν
δοκεῖ χρῆναι regge una catena di infiniti: χρῆναι è soggettivo («sembra necessario»), da cui dipendono ἐπιχειρῆσαι e περαίνειν (finale-consecutivo).
Compare nel periodo 3.
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Οἶμαι … αὐτὸ εἶναι
→ ritengo che non sia una piccola impresa
Οἶμαι regge αὐτὸ εἶναι: αὐτό è accusativo soggetto dell'infinito εἶναι, con ὀλίγον ἔργον come predicativo («che essa non sia una piccola impresa»).
Compare nel periodo 4.
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μὴ … ποίει
→ non fare diversamente
μὴ ἄλλως ποίει è la forma canonica dell'imperativo proibitivo in greco: μή + imperativo presente (ποίει) esprime il divieto di continuare o cominciare un'azione.
Compare nel periodo 5.
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ἐπειδὴ τυγχάνει … ὢν ἐνδεής
→ poiché ciascuno di noi si trova a essere bisognoso
ἐπειδὴ τυγχάνει... introduce la causa dell'origine della città: τυγχάνει + participio (ὢν ἐνδεής) è una perifrasi tipica del greco che equivale a «si trova a essere bisognoso».
Compare nel periodo 6.
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παραλαμβάνων ἄλλος ἄλλον
→ accogliendo l'uno l'altro
La formula ἄλλος ἄλλον (soggetto e oggetto dello stesso verbo) esprime la reciprocità: «ciascuno accogliendo ciascun altro». È una costruzione tipica della prosa attica per indicare azioni scambievoli all'interno di un gruppo.
Compare nel periodo 9.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
«Δικαιοσύνη, φαμέν, ἔστι μὲν ἀνδρὸς ἑνός, ἔστι δέ που καὶ ὅλης πόλεως». «Πάνυ γε», ἦ δ' ὅς. «Δοκεῖ οὖν χρῆναι ἐπιχειρῆσαι περαίνειν; Οἶμαι μὲν γὰρ οὐκ ὀλίγον ἔργον αὐτὸ εἶναι· σκοπεῖτε οὖν». «Ἔσκεπται», ἔφη ὁ Ἀδείμαντος· «ἀλλὰ μὴ ἄλλως ποίει». «Γίγνεται τοίνυν», ἦν δ' ἐγώ, «πόλις, ὡς ἐγᾦμαι, ἐπειδὴ τυγχάνει ἡμῶν ἕκαστος οὐκ αὐτάρκης, ἀλλὰ πολλῶν ὢν ἐνδεής· ἢ τίν' οἴει ἀρχὴν ἄλλην πόλιν οἰκίζειν;». «Οὐδεμίαν», ἦ δ' ὅς. «Οὕτω δὴ ἄρα παραλαμβάνων ἄλλος ἄλλον, ἐπ' ἄλλου, ἐπ' ἄλλου χρείᾳ, πολλῶν δεόμενοι, πολλοὺς εἰς μίαν οἴκησιν ἀγείραντες κοινωνούς τε καὶ βοηθούς, ταύτῃ τῇ συνοικίᾳ ἐθέμεθα πόλιν ὄνομα».
«La giustizia, diciamo, è propria di un singolo uomo, ma è anche, pare, di un'intera città».
«Certamente», disse lui.
«Sembra dunque necessario tentare di portarlo a termine?
Ritengo infatti che non sia una piccola impresa; riflettete dunque».
«È già stato considerato», disse Adimanto; «ma non fare diversamente».
«Nasce dunque», dissi io, «una città, come ritengo, poiché ciascuno di noi si trova a non essere autosufficiente, ma bisognoso di molte cose;
o pensi che vi sia qualche altra origine del formare una città?».
«Nessuna», disse lui.
«Così dunque, accogliendo l'uno l'altro, per il bisogno dell'uno e dell'altro, avendo bisogno di molte cose, avendo radunato molti in un'unica dimora come soci e aiuti, a questa comunità di vita demmo il nome di città».
84 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
La frase si traduce: «La giustizia, diciamo, è propria di un singolo uomo, ma è anche, pare, di un'intera città». Platone fa dire a Socrate che la giustizia può essere studiata sia a livello individuale sia a livello collettivo, e che conviene partire dalla scala più grande per vederla meglio.
Nella Repubblica Platone fa rispondere a Socrate che la città nasce perché nessun uomo è autosufficiente: ciascuno ha bisogno di molte cose e nessuno le può produrre da solo. È quindi la necessità reciproca che spinge le persone a riunirsi, raccogliendo molti in un'unica dimora come soci e aiuti.
«Αὐτάρκης» significa letteralmente «sufficiente a se stesso» (da αὐτός, «stesso», e ἀρκέω, «bastare»). Platone lo usa per sottolineare che l'uomo, a differenza di ciò che pensava certa tradizione, non è in grado di provvedere da solo a tutti i propri bisogni: questa mancanza di autosufficienza è il fondamento della vita politica.
Lo stesso passo (Perché gli uomini si riuniscono in un'aggregazione politica) lo trovi qui: