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greco · Platone
Platone · Repubblica
Traduzione e analisi di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Platone (428-348 a.C.) è il più grande filosofo del mondo antico, allievo di Socrate e fondatore dell'Accademia. La Repubblica è il suo dialogo più celebre, in cui indaga la giustizia, lo Stato ideale e la natura della conoscenza. In questo passo, Socrate invita Glaucone a immaginare una caverna sotterranea in cui degli uomini, incatenati fin dall'infanzia, scambiano le ombre proiettate sul muro per la realtà, ignari del mondo reale che si trova al di sopra di loro.
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Paragona la nostra natura a una condizione come questa, riguardo all'educazione e all'ignoranza. Immagina infatti degli uomini come in un'abitazione sotterranea a forma di caverna, con l'ingresso aperto verso la luce per tutta la lunghezza della caverna; in essa si trovano fin dall'infanzia in catene, con le gambe e i colli incatenati, così da restare fermi e guardare solo in avanti, incapaci di girare la testa tutt'intorno a causa dei ceppi; e la luce di un fuoco che brucia in alto e lontano, alle loro spalle; e in mezzo al fuoco e ai prigionieri, in alto, una strada, lungo la quale immagina costruito un piccolo muro, come i tramezzi che i giocolieri pongono davanti alle persone, sopra i quali mostrano i loro prodigi. Vedo, disse. Guarda allora, lungo questo piccolo muro, degli uomini che portano oggetti di ogni tipo che sporgono oltre il muro, e statue e altri animali di pietra e di legno e di ogni fattura, come è naturale che alcuni di chi porta stiano parlando, altri in silenzio. Strana, disse, è l'immagine che descrivi, e strani sono i prigionieri. Simili a noi, dissi io; credi che questi tali avrebbero visto mai qualcos'altro di se stessi e gli uni degli altri, se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete di fronte a loro nella caverna? Come potrebbero, disse, se sono stati costretti a tenere la testa immobile per tutta la vita?
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
παιδείας … πέρι … ἀπαιδευσίας
→ riguardo all'educazione e all'ignoranza
La preposizione πέρι è posposta ai genitivi παιδείας e ἀπαιδευσίας, uso poetico e filosofico frequente in Platone.
Compare nel periodo 1.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
ὥστε μένειν … ὁρᾶν … περιάγειν
→ così da restare fermi e guardare solo in avanti, incapaci di girare la testa
ὥστε con infinito (μένειν, ὁρᾶν, περιάγειν) esprime la conseguenza naturale dei ceppi: i prigionieri non possono che restare fermi e guardare avanti.
Compare nel periodo 2.
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σκιὰς … προσπιπτούσας
→ le ombre proiettate dal fuoco sulla parete di fronte
τὰς ... προσπιπτούσας è participio presente con articolo che qualifica σκιάς: le ombre «che cadono su / proiettate» sulla parete di fronte.
Compare nel periodo 6.
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ἠναγκασμένοι εἶεν
→ sono stati costretti
ἠναγκασμένοι εἶεν è una forma perifrastica: participio perfetto passivo + ottativo di εἰμί, che esprime uno stato risultante (essere stati costretti e trovarsi tuttora in quella condizione).
Compare nel periodo 7.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Ἀπείκασον τοιούτῳ πάθει τὴν ἡμετέραν φύσιν παιδείας τε πέρι καὶ ἀπαιδευσίας. Ἰδὲ γὰρ ἀνθρώπους οἷον ἐν καταγείῳ οἰκήσει σπηλαιώδει, ἀναπεπταμένην πρὸς τὸ φῶς τὴν εἴσοδον ἐχούσῃ μακρὰν παρὰ πᾶν τὸ σπήλαιον, ἐν ταύτῃ ἐκ παίδων ὄντας ἐν δεσμοῖς καὶ τὰ σκέλη καὶ τοὺς αὐχένας, ὥστε μένειν τε αὐτοὺς εἴς τε τὸ πρόσθεν μόνον ὁρᾶν, κύκλῳ δὲ τὰς κεφαλὰς ὑπὸ τοῦ δεσμοῦ ἀδυνάτους περιάγειν, φῶς δὲ αὐτοῖς πυρὸς ἄνωθεν καὶ πόρρωθεν καόμενον ὄπισθεν αὐτῶν, μεταξὺ δὲ τοῦ πυρὸς καὶ τῶν δεσμωτῶν ἐπάνω ὁδόν, παρ᾽ ἣν ἰδὲ τειχίον παρωκοδομημένον, ὥσπερ τοῖς θαυματοποιοῖς πρὸ τῶν ἀνθρώπων πρόκειται τὰ παραφράγματα, ὑπὲρ ὧν τὰ θαύματα δεικνύασιν. Ὁρῶ, ἔφη. Ὅρα τοίνυν παρὰ τοῦτο τὸ τειχίον φέροντας ἀνθρώπους σκεύη τε παντοδαπὰ ὑπερέχοντα τοῦ τειχίου καὶ ἀνδριάντας καὶ ἄλλα ζῷα λίθινά τε καὶ ξύλινα καὶ παντοῖα εἰργασμένα, οἷον εἰκὸς τοὺς μὲν φθεγγομένους, τοὺς δὲ σιγῶντας τῶν παραφερόντων. Ἄτοπον, ἔφη, λέγεις εἰκόνα καὶ δεσμώτας ἀτόπους. Ὁμοίους ἡμῖν, ἦν δ᾽ ἐγώ· τοὺς γὰρ τοιούτους πρῶτον μὲν ἑαυτῶν τε καὶ ἀλλήλων οἴει ἄν τι ἑωρακέναι ἄλλο πλὴν τὰς σκιὰς τὰς ὑπὸ τοῦ πυρὸς εἰς τὸ καταντικρὺ αὐτῶν τοῦ σπηλαίου προσπιπτούσας; Πῶς γάρ, ἔφη, εἰ ἀκινήτους γε τὰς κεφαλὰς ἔχειν ἠναγκασμένοι εἶεν διὰ βίου;
Paragona la nostra natura a una condizione come questa, riguardo all'educazione e all'ignoranza.
Immagina infatti degli uomini come in un'abitazione sotterranea a forma di caverna, con l'ingresso aperto verso la luce per tutta la lunghezza della caverna; in essa si trovano fin dall'infanzia in catene, con le gambe e i colli incatenati, così da restare fermi e guardare solo in avanti, incapaci di girare la testa tutt'intorno a causa dei ceppi; e la luce di un fuoco che brucia in alto e lontano, alle loro spalle; e in mezzo al fuoco e ai prigionieri, in alto, una strada, lungo la quale immagina costruito un piccolo muro, come i tramezzi che i giocolieri pongono davanti alle persone, sopra i quali mostrano i loro prodigi.
Vedo, disse.
Guarda allora, lungo questo piccolo muro, degli uomini che portano oggetti di ogni tipo che sporgono oltre il muro, e statue e altri animali di pietra e di legno e di ogni fattura, come è naturale che alcuni di chi porta stiano parlando, altri in silenzio.
Strana, disse, è l'immagine che descrivi, e strani sono i prigionieri.
Simili a noi, dissi io; credi che questi tali avrebbero visto mai qualcos'altro di se stessi e gli uni degli altri, se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete di fronte a loro nella caverna?
Come potrebbero, disse, se sono stati costretti a tenere la testa immobile per tutta la vita?
138 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
La frase si traduce: «Paragona la nostra natura a una condizione come questa». Platone, nella Repubblica, apre il celebre mito della caverna invitando l'interlocutore a raffrontare la condizione umana riguardo all'educazione e all'ignoranza con l'immagine di prigionieri in una grotta.
I prigionieri rappresentano gli uomini che vivono nell'ignoranza, incapaci di vedere la realtà vera. Nella Repubblica, Platone usa questa allegoria per illustrare la differenza tra l'opinione (doxa), legata alle apparenze sensibili, e la conoscenza autentica (episteme), accessibile solo attraverso la filosofia.
Le ombre proiettate sul fondo della caverna rappresentano le mere apparenze del mondo sensibile, che gli uomini non educati scambiano per la realtà. Nella Repubblica, Platone mostra che i prigionieri, non potendo girare la testa, credono che quelle ombre siano le uniche cose esistenti.
Lo stesso passo (Il mito della caverna (1)) lo trovi qui: