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greco · Platone
Platone · Menone
Traduzione e analisi di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Platone è il grande filosofo ateniese del IV secolo a.C., fondatore dell'Accademia. Il Menone è un dialogo sull'insegnabilità della virtù, nel quale Socrate elabora la celebre teoria della reminiscenza: l'anima, essendo immortale e avendo già vissuto molte vite, non apprende nulla di nuovo, ma ricorda ciò che ha già conosciuto. In questo brano Socrate espone il nucleo della teoria: il cercare e l'imparare sono interamente reminiscenza, e questa convinzione lo spinge a continuare la ricerca sulla virtù.
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Poiché dunque l'anima è immortale e ha vissuto molte volte, e ha visto sia le cose di quaggiù sia quelle nell'Ade e tutte le realtà, non c'è nulla che essa non abbia appreso. Cosicché non è affatto sorprendente che essa possa ricordare, sia riguardo alla virtù sia riguardo ad altre cose, quelle che già prima conosceva. Poiché tutta la natura è imparentata e l'anima ha appreso ogni cosa, nulla impedisce che, avendo ricordato una sola cosa, quella che gli uomini chiamano apprendimento, egli ritrovi da sé tutte le altre, purché sia coraggioso e non si stanchi di cercare. Il cercare, dunque, e l'imparare sono interamente reminiscenza. Non bisogna dunque lasciarsi convincere da questo argomento contenzioso: questo, infatti, ci renderebbe pigri ed è piacevole da ascoltare per le persone deboli, mentre quest'altro ci rende laboriosi e portati alla ricerca. Fidandomi di esso, convinto che sia vero, voglio cercare insieme a te che cosa sia la virtù.
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
Ἆτε … οὖσα … γεγονυῖα
→ poiché è immortale e ha vissuto molte volte
ἆτε + participio esprime causa soggettiva riconosciuta. I participi οὖσα e γεγονυῖα concordano con ψυχή (nominativo femminile singolare) e reggono l'intera causale.
Compare nel periodo 1.
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οἷόν … εἶναι αὐτὴν ἀναμνησθῆναι
→ che essa possa ricordare
οἷόν τε εἶναι + accusativo + infinito esprime la possibilità: «è possibile che essa ricordi». αὐτήν è il soggetto dell'infinito ἀναμνησθῆναι.
Compare nel periodo 2.
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φύσεως … οὔσης … μεμαθηκυίας … ψυχῆς
→ poiché tutta la natura è imparentata e l'anima ha appreso ogni cosa
τῆς φύσεως... οὔσης e μεμαθηκυίας τῆς ψυχῆς sono due genitivi assoluti con participio, che esprimono la causa del fatto che nulla impedisce la reminiscenza.
Compare nel periodo 3.
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ἂν … ποιήσειεν
→ ci renderebbe pigri
ποιήσειεν ἄν esprime possibilità in dipendenza da una condizione implicita: «ci renderebbe pigri». L'ottativo con ἄν ha valore potenziale e si contrappone al presente indicativo ποιεῖ.
Compare nel periodo 5.
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Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Ἆτε οὖν ἡ ψυχὴ ἀθάνατός τε οὖσα καὶ πολλάκις γεγονυῖα, καὶ ἑωρακυῖα καὶ τὰ ἐνθάδε καὶ τὰ ἐν Ἅιδου καὶ πάντα χρήματα, οὐκ ἔστιν ὅτι οὐ μεμάθηκεν· ὥστε οὐδὲν θαυμαστὸν καὶ περὶ ἀρετῆς καὶ περὶ ἄλλων οἷόν τ' εἶναι αὐτὴν ἀναμνησθῆναι, ἅ γε καὶ πρότερον ἠπίστατο. Ἆτε γὰρ τῆς φύσεως ἁπάσης συγγενοῦς οὔσης, καὶ μεμαθηκυίας τῆς ψυχῆς ἅπαντα, οὐδὲν κωλύει ἕν μόνον ἀναμνησθέντα - ὃ δὴ μάθησιν καλοῦσιν ἄνθρωποι - τἆλλα πάντα αὐτὸν ἀνευρεῖν, ἐάν τις ἀνδρεῖος ᾖ καὶ μὴ ἀποκάμνῃ ζητῶν· τὸ γὰρ ζητεῖν ἄρα καὶ τὸ μανθάνειν ἀνάμνησις ὅλον ἐστίν. Οὔκουν δεῖ πείθεσθαι τούτῳ τῷ ἐριστικῷ λόγῳ· οὗτος μὲν γὰρ ἂν ἡμᾶς ἀργοὺς ποιήσειεν καὶ ἔστιν τοῖς μαλακοῖς τῶν ἀνθρώπων ἡδὺς ἀκοῦσαι, ὅδε δὲ ἐργατικούς τε καὶ ζητητικοὺς ποιεῖ· ᾧ ἐγὼ πιστεύων ἀληθεῖ εἶναι ἐθέλω μετὰ σοῦ ζητεῖν ἀρετὴν ὅτι ἐστίν.
Poiché dunque l'anima è immortale e ha vissuto molte volte, e ha visto sia le cose di quaggiù sia quelle nell'Ade e tutte le realtà, non c'è nulla che essa non abbia appreso.
Cosicché non è affatto sorprendente che essa possa ricordare, sia riguardo alla virtù sia riguardo ad altre cose, quelle che già prima conosceva.
Poiché tutta la natura è imparentata e l'anima ha appreso ogni cosa, nulla impedisce che, avendo ricordato una sola cosa, quella che gli uomini chiamano apprendimento, egli ritrovi da sé tutte le altre, purché sia coraggioso e non si stanchi di cercare.
Il cercare, dunque, e l'imparare sono interamente reminiscenza.
Non bisogna dunque lasciarsi convincere da questo argomento contenzioso: questo, infatti, ci renderebbe pigri ed è piacevole da ascoltare per le persone deboli, mentre quest'altro ci rende laboriosi e portati alla ricerca. Fidandomi di esso, convinto che sia vero, voglio cercare insieme a te che cosa sia la virtù.
104 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
La frase si traduce: «Poiché dunque l'anima è immortale». In Platone, Menone 81c, Socrate giustifica la teoria della reminiscenza partendo dall'immortalità dell'anima, che essendo vissuta più volte ha già conosciuto tutto ciò che esiste.
Nel Menone Platone sostiene che l'apprendimento è in realtà reminiscenza (ἀνάμνησις): l'anima immortale ha già visto tutte le cose, sia quelle di questo mondo sia quelle dell'Ade, quindi non impara nulla di nuovo ma ricorda. Basta che qualcuno sia coraggioso e non si stanchi di cercare per ritrovare ogni conoscenza.
L'argomento contenzioso, confutato da Socrate, è il paradosso dell'apprendimento: non si può cercare ciò che non si conosce, perché non si saprebbe riconoscerlo, né ciò che si conosce già. Socrate lo rifiuta perché rende gli uomini pigri, mentre la teoria della reminiscenza li spinge a cercare e a imparare attivamente.
Lo stesso passo (Conoscere è ricordare) lo trovi qui: