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latino · Tacito
Tacito · Agricola
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Tacito conclude l'Agricola con il ricordo della morte del suocero, il generale Gneo Giulio Agricola, e lamenta di non avergli potuto stare accanto negli ultimi momenti. Il brano è un elogio funebre che mescola il dolore personale alla riflessione sulla morte come liberazione dalle persecuzioni della tirannia.
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Agricola non vide la curia assediata e il senato chiuso dalle armi, né l'ecatombe di consolari uccisi, gli esili e le fughe delle donne più nobili. Ancora allora si reputava vittoria unica quella di Caro Mettio, e nella rocca albana risuonava il parere di Messalino; già Babbio Massa era imputato. Presto le nostre mani trascinarono Elvidio in carcere; ci lordiamo del sangue innocente di Senecio e di altri ancora. Nerone almeno distolse lo sguardo e ordinò i crimini senza vederli; sotto Domiziano la miseria maggiore era vedere ed essere visti, mentre i nostri sospiri venivano registrati, mentre quel volto feroce bastava a notare i pallori di tanti uomini, e il rossore con cui si muniva contro la vergogna. Tu invero eri fortunato, Agricola, non solo per la gloria della vita, ma anche per la tempestività della morte. Come raccontano coloro che furono presenti ai tuoi ultimi discorsi, accettasti il fato con fermezza e liberamente, come se in parte donassi innocenza al principe. Ma a me e a sua figlia, oltre all'amarezza di averti perso come padre, accresce il dolore di non aver potuto assistere alla tua malattia, nutrire chi veniva meno, saziarsene di volto e abbraccio. Avremmo certamente raccolto i tuoi ultimi insegnamenti e parole, che avremmo fissato profondamente nell'animo. Questo nostro dolore, questa nostra ferita: per la condizione di quella lunga assenza sei stato perduto da noi quattro anni fa. Tutto senza dubbio, o migliore dei padri, grazie alla moglie amorosissima che ti stette accanto, andò a tuo onore; eppure fosti pianto da pochi, e negli ultimi istanti di luce gli occhi tuoi desiderarono qualcosa.
Non vidit Agricola obsessam curiam et clausum armis senatum et eadem strage tot consularium caedes, tot nobilissimarum feminarum exilia et fugas. Una adhuc victoria Carus Mettius censebatur, et intra Albanam arcem sententia Messalini strepebat, et Massa Baebius iam tum reus erat: mox nostrae duxere Helvidium in carcerem manus; nos Maurici Rusticique visus [foedavit]; nos innocenti sanguine Senecio perfudit. Nero tamen subtraxit oculos suos iussitque scelera, non spectavit: praecipua sub Domitiano miseriarum pars erat videre et aspici, cum suspiria nostra subscriberentur, cum denotandis tot hominum palloribus sufficeret saevus ille vultus et rubor, quo se contra pudorem muniebat. Tu vero felix, Agricola, non vitae tantum claritate, sed etiam opportunitate mortis. Ut perhibent qui interfuere novissimis sermonibus tuis, constans et libens fatum excepisti, tamquam pro virili portione innocentiam principi donares. Sed mihi filiaeque eius praeter acerbitatem parentis erepti auget maestitiam, quod adsidere valetudini, fovere deficientem, satiari vultu complexuque non contigit. Excepissemus certe mandata vocesque, quas penitus animo figeremus. Noster hic dolor, nostrum vulnus, nobis tam longae absentiae condicione ante quadriennium amissus est. Omnia sine dubio, optime parentum, adsidente amantissima uxore superfuere honori tuo: paucioribus tamen lacrimis comploratus es, et novissima in luce desideravere aliquid oculi tui.
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I 156 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Agricola non vide la curia assediata e il senato chiuso dalle armi, né l'ecatombe di consolari uccisi, gli esili e le fughe delle donne più nobili. È l'inizio della versione di Tacito, Agricola.
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