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I passi più studiati, con la traduzione accanto. Tocca una parola e si accende la sua resa.
1, 1
Alcuni dicono che l'opera della filosofia ebbe inizio presso i barbari. Infatti, come dice Aristotele nel Magico e Sozione nel libro ventitreesimo della Successione, sorsero presso i Persiani i Magi, presso i Babilonesi o gli Assiri i Caldei, presso gli Indiani i ginnosofisti, e presso i Celti e i Galati quelli chiamati Druidi e Semnotei. E che Oco fu fenicio, Zamolxi tracio, e Atlante libico. Gli Egiziani infatti dicono che Efesto fu figlio del Nilo, e che egli diede inizio alla filosofia, i cui capi sarebbero stati sacerdoti e profeti. E da questo fino ad Alessandro il Macedone vi sarebbero stati quarantottomilaottocentosessantatré anni; nei quali vi furono trecentosettantatré eclissi di sole, e ottocentotrentadue di luna.
1, 1, 35, 37
Talete diceva che non c'è differenza tra il morire e il vivere. «Allora tu», disse uno, «perché non muori?». «Perché», rispose, «non c'è differenza». Interrogato su cosa sia difficile, disse: «Conoscere se stessi»; su cosa sia facile: «Dare consigli agli altri». Come potrebbe uno sopportare con serenità la sventura? «Se vedesse i nemici in condizioni peggiori». Come potrebbero vivere nel modo più virtuoso e giusto? «Se non facessimo a noi stessi quello che rimproveriamo agli altri». Chi è felice? «Chi ha il corpo sano, l'anima ricca e la natura ben coltivata». Bisogna ricordarsi degli amici presenti e assenti; non si deve abbellire solo l'aspetto, ma ornare l'anima con le virtù. «Non arricchitevi male», diceva, «e la maldicenza non vi danneggi presso quelli che condividono lealtà con voi». «Gli stessi prestiti che avrai fatto ai genitori, aspettati di ricevere dai figli».
1, 10, 109, 110
Epimenide, come dicono Teopotro e altri scrittori, era figlio di Festore, o secondo altri di Dosiada o di Agesarco. Era cretese, originario di Cnoso, e differiva dagli altri nell'aspetto della capigliatura. Inviato una volta dal padre in campagna per controllare le pecore, durante il viaggio a mezzogiorno si riparò in una caverna e si addormentò per cinquantasette anni. Quando si svegliò, cercava le pecore, pensando di aver dormito solo poco. Poiché non le trovava, andò al campo e trovò tutto trasformato, e la proprietà passata a un altro, così tornò in città pieno di confusione. Entrato nella sua casa, incontrò quelli che lo cercavano; dopo aver riconosciuto il fratello minore, ormai vecchio, apprese da lui tutta la verità. Fu considerato dagli Elleni come l'uomo più caro agli dei.
1, 109
Epimenide, come dicono Teopompo e molti altri, era figlio di Festio secondo alcuni, di Dosiade secondo altri, di Agesarco secondo altri ancora. Era cretese di stirpe, originario di Cnosso, diverso nell'aspetto per l'acconciatura dei capelli. Costui, un giorno mandato dal padre in campagna in cerca di una pecora, deviato dalla strada verso mezzogiorno, si addormentò sotto una certa grotta per cinquantasette anni. Risvegliatosi poi da questo, cercava la pecora, pensando di aver dormito poco. Siccome non la trovava, si recò in campagna, e, trovando tutto cambiato e la proprietà in mano a un altro, tornò di nuovo in città perplesso. E lì, entrando nella propria casa, si incontrò con quelli che gli chiedevano chi fosse, finché, trovato il fratello più giovane, allora già vecchio, apprese da lui tutta la verità. Divenuto famoso, fu considerato dai Greci il più caro agli dèi.
6, 22
Diogene, il più celebre dei filosofi cinici, diceva che gli uomini dovevano vivere secondo natura: egli infatti evitava tutto ciò che è dispendioso e richiede molta cura e fatica, e dichiarava che sarebbe stato dannoso per chi ne faceva uso. Quanto invece a ciò che aiutava il corpo facilmente e senza affanno, contro il freddo e contro la fame, non trascurava nulla di questo, ma sceglieva anche i luoghi più salubri e quelli che riteneva più adatti a lui in ogni stagione, e si preoccupava che avesse abbondanza di cibo sufficiente e che non gli mancasse il necessario. Cercava poi di guardarsi, quanto più possibile, da affari, processi, rivalità, guerre e discordie.
6, 102
Menedemo era discepolo di Colote il Lampsaceno. Questi, come racconta Ippoboto, giunse a un tale grado di stranezza che andava in giro assumendo l'aspetto di un'Erinni, dicendo di essere arrivato dall'Ade come ispettore dei peccati commessi, per poter poi, scendendo di nuovo, riferire queste cose ai demoni di laggiù. Il suo abito era questo: una tunica grigia lunga fino ai piedi, intorno a essa una cintura purpurea, sulla testa un berretto arcadico, calzari tragici, una barba enorme, in mano un bastone di frassino.
7, 39, 40
Dicono che il discorso filosofico sia tripartito: infatti una sua parte è fisica, una è etica e una è logica. Così per primo la divise Zenone di Cizio nell'opera Sul discorso, e Crisippo nel primo libro Sul discorso e nel primo libro dei Fisici, e Apollodoro, e Sillo nel primo libro delle Introduzioni ai dogmi, ed Eudromo nell'Elementazione etica, e Diogene di Babilonia e Posidonio. Queste parti Apollodoro le chiama luoghi, Crisippo ed Eudromo specie, altri generi. Paragonano la filosofia a un essere vivente, assimilando la parte logica alle ossa e ai nervi, quella etica alle parti più carnose, quella fisica all'anima. Oppure di nuovo a un uovo: la parte esterna infatti sarebbe la logica, quella successiva l'etica, la più interna la fisica. Oppure a un campo fertilissimo: la siepe che lo circonda sarebbe la logica, il frutto l'etica, la terra o gli alberi la fisica. Oppure a una città ben munita di mura e governata secondo ragione.
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