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latino · Ovidio
Ovidio · Metamorfosi
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Nel primo libro delle Metamorfosi, Ovidio racconta come Giove, volendo verificare se sulla terra davvero esista l'infamia descritta, scende in forma umana in Arcadia. Il re Licaone, per metterlo alla prova, gli prepara un banchetto con carne umana. Per questo sacrilegio, Giove lo trasforma in lupo, conservando nel nuovo corpo i tratti della malvagità umana.
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Giove ruppe di nuovo il silenzio con queste parole: «Costui veramente paga la pena (lascia da parte questa preoccupazione); quale sia però il castigo per il fatto commesso, lo dirò. La notizia dell'infamia giunse alle mie orecchie; desideroso di verificare se fosse falsa, scendo dal supremo Olimpo e, da dio, percorro le terre sotto sembianze umane. Sarebbe lungo enumerare quanto male si trovasse dappertutto: minore fu la stessa infamia rispetto alla realtà. Avevo attraversato il Menalo con i suoi orrendi nascondigli di bestie feroci e i pineti gelidi del Cilene, sul Liceo; di qui mi avvio verso la sede dell'Arcadia e i tetti ostili del tiranno, mentre la sera tardiva trascinava la notte. Diedi segni che un dio era arrivato e il popolo iniziò a supplicare; Licaone dapprima deride le pie preghiere, poi dice: «Farò la prova se questi sia un dio o un mortale, con una sfida aperta, e la verità non sarà dubbia». Durante la notte progetta di farlo morire nel sonno improvviso e inaspettato: questo gli piace come esperimento per scoprire la verità; nemmeno contento di questo, sgozza con la spada la gola di un ostaggio della gente dei Molossi e, così, con le membra semicrudee, parte le addolcisce nell'acqua bollente, parte le cuoce al fuoco sottostante. Appena le mise sulla tavola, io, con la fiamma vendicatrice, rovescio la casa con i suoi lari su quel padrone; egli stesso, spaventato, fugge e, raggiunto il silenzio della campagna, urla in esilio e invano tenta di parlare: dalla stessa bocca raccoglie la rabbia nella forma usuale e l'appetito di strage: ora si diletta del sangue mentre si rivolge alle bestie. La veste diventa pelo, le braccia diventano zampe: diventa lupo e serba le tracce della vecchia forma; il candore è lo stesso, la stessa violenza nel viso, lo stesso fuoco negli occhi, la stessa immagine di ferocia. Una sola casa è perita, ma non una sola casa meritava di perire: giacché la terra è vastissima, la Furia selvaggia regna. Potresti credere che sia stato giurato un patto verso il crimine! Tutti subito diano, come meritano di soffrire (così sta il decreto), le pene».
Iuppiter hoc iterum sermone silentia rupit: “Ille quidem poenas (curam hanc dimititte!) solvit; quod tamen admissum, quae sit vindicta, docebo. contigerat nostras infamia temporis aures; quam cupiens falsam summo delabor Olympo et deus humana lustro sub imagine terras. longa mora est, quantum noxae sit ubique repertum, enumerare: minor fuit ipsa infamia vero. Maenala transieram latebris horrenda ferarum et cum Cyllene gelidi pineta Lycaei: Arcadis hinc sede set inhospita tecta tyranni ingredior, traherent cum sera crepuscula noctem. signa dedi venisse deum, vulgusque precari coeperat: inridet primo pia vota Lycaon, mox ait ‘experiar deus hic discrimine aperto an sit mortalis: nec erit dubitabile verum.’ nocte gravem somno necopina perdere morte comparat: haec illi placet experientia veri; nec contentus eo, missi de gente Molossa obsidis unius iugulum mucrone resolvit atque ita semineces partim ferventi bus artus mollit aquis, partim subiecto torri igni. quod simul inposuit mensis, ego vindice flamma in domino dignos everti tecta penates; territus ipse fugit nactusque silentia ruris exululat frustraque loqui conatur: ab ipso colligit os rabiem solita eque cupidine caedis vestitura in pecudes et nunc quoque sanguine gaudet. In villos abeunt vestes, in crura lacerti: fit lupus et veteris servat vestigia formae; canizie eadem est, eadem violentia vulnus, idem oculi lucent, eadem feritatis imago est. occidit una domus, sed non domus una perire digna fuit: quia terra patet, fera regnat Erinys. in facinus iurasse putes! dent ocius omnes, quas meruere pati, (sic stat sententia) poenas”
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I 188 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Giove ruppe di nuovo il silenzio con queste parole: «Costui veramente paga la pena (lascia da parte questa preoccupazione); quale sia però il castigo per il fatto commesso, lo dirò. È l'inizio della versione di Ovidio, Metamorfosi ovidio.
Secondo Ovidio nelle Metamorfosi, Licaone viola l'ospitalità sacra cercando di uccidere un ospite (il dio Giove in forma umana) con l'inganno e servendo carne umana; la trasformazione in lupo è il castigo divino che eternamente contrassegna la sua crudeltà.
Altri passi di Ovidio già tradotti e analizzati.