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greco · Platone
Platone · Epistole
Traduzione e analisi di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Platone è il più grande filosofo dell'antichità greca, autore di dialoghi e di Epistole la cui autenticità è dibattuta. L'Epistola VII, considerata autentica dalla maggior parte degli studiosi, è indirizzata ai partigiani di Dione di Siracusa. In questo celebre passo Platone afferma che la filosofia vera non può essere scritta: nasce solo dal contatto vivo tra maestro e discepolo, come una fiamma che si accende all'improvviso.
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In seguito poi: e sento dire che egli ha scritto intorno a ciò che allora udì, componendo come sua propria arte, nulla delle stesse cose che aveva udito. Di queste cose io non so nulla. So che certi altri hanno scritto sulle stesse cose; ma chi siano, neppure loro stessi lo sanno. Eppure questo almeno sono in grado di dire di tutti quelli che hanno scritto e che scriveranno, quanti affermano di conoscere le cose a cui io mi dedico, sia che abbiano udito da me sia da altri sia come se le avessero trovate da soli: costoro, secondo la mia opinione, non capiscono nulla della questione. Non esiste dunque alcuno scritto mio su di esse, né mai esisterà. Essa infatti non è in alcun modo esprimibile come le altre discipline, ma da una lunga frequentazione intorno alla cosa stessa e dal convivere insieme, all'improvviso, come luce accesa da un fuoco che balza, nata nell'anima, si nutre ormai da sola. Eppure questo almeno so, che se fossero scritti o detti da me, sarebbero detti nel modo migliore. E certamente so anche che, scritti male, mi addolorerebbero non poco. E se mi fosse sembrato che queste cose potessero essere scritte e dette adeguatamente per il gran pubblico, quale azione più bella avremmo compiuto nella vita che scrivere un grande beneficio per gli uomini e portare alla luce la natura per tutti? Ma non ritengo che la trattazione di questi argomenti sia un bene per gli uomini, tranne che per pochi, quanti sono capaci di trovarli da soli con una piccola indicazione; degli altri poi, riempirebbe gli uni di un disprezzo per nulla retto e in nessun modo armonioso, gli altri di una speranza alta e vuota, come se avessero imparato cose auguste.
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
ἀκούω γεγραφέναι αὐτόν
→ sento dire che egli ha scritto
ἀκούω + infinitiva: γεγραφέναι αὐτόν, con αὐτόν soggetto accusativo dell'infinitiva e γεγραφέναι (perfetto infinito di γράφω) come predicato. Costrutto tipico dei verba sentiendi greci.
Compare nel periodo 1.
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οἶδα γεγραφότας
→ So che certi altri hanno scritto
οἶδα + participio accusativo γεγραφότας: in greco, verba sciendi possono costruirsi con il participio predicativo nell'accusativo (soggetto della dipendente = oggetto della principale).
Compare nel periodo 3.
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εἴτ' … ἀκηκοότες εἴτ' … εἴθ' ὡς εὑρόντες
→ sia che abbiano udito da me sia da altri sia come se le avessero trovate da soli
Triplice disgiuntiva con εἴτε (sia che … sia che … sia che), ciascuna con participio nominativo: ἀκηκοότες, poi ἄλλων sottinteso, poi εὑρόντες. Struttura tipica dell'alternativa esaustiva in Platone.
Compare nel periodo 4.
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πυρὸς πηδήσαντος ἐξαφθὲν φῶς
→ come luce accesa da un fuoco che balza
Il genitivo assoluto ἀπὸ πυρὸς πηδήσαντος introduce la celebre immagine: la conoscenza filosofica è come luce (φῶς) che si accende all'improvviso da un fuoco che balza; ἐξαφθὲν è participio aoristo passivo di ἐξάπτω.
Compare nel periodo 6.
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γραφέντα … λεχθέντα … ἂν λεχθείη
→ se fossero scritti o detti da me, sarebbero detti nel modo migliore
γραφέντα / λεχθέντα (participi aoristi passivi in nominativo assoluto con valore condizionale) + λεχθείη ἄν (ottativo aoristo passivo + particella modale): periodo ipotetico del II tipo in greco, detto della possibilità o eventualità.
Compare nel periodo 7.
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Εἰ … ἐφαίνετο … ἐπέπρακτ' ἂν
→ se mi fosse sembrato … quale azione più bella avremmo compiuto
εἰ + imperfetto indicativo (ἐφαίνετο) nella protasi, piuccheperfetto indicativo (ἐπέπρακτ' ἄν) nell'apodosi: periodo ipotetico III tipo (irrealtà nel presente/passato). Platone immagina controfattualmente cosa avrebbe fatto se la scrittura fosse stata adeguata.
Compare nel periodo 9.
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τοὺς μὲν … τοὺς δὲ
→ gli uni … gli altri
τοὺς μέν … τοὺς δέ: costruzione correlativa che divide il gruppo «degli altri» in due categorie. Il primo gruppo sarebbe riempito di disprezzo sbagliato, il secondo di speranza vuota.
Compare nel periodo 10.
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Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Ὕστερον δέ· καὶ ἀκούω γεγραφέναι αὐτόν περὶ ὧν τότε ἤκουσε, συνθέντα ὡς αὑτοῦ τέχνην, οὐδὲν τῶν αὐτῶν ὧν ἤκουσε· οἶδα δὲ οὐδὲν τούτων. Ἄλλους μέν τινας οἶδα γεγραφότας περὶ τῶν αὐτῶν τούτων, οἵτινες δέ, οὐδ' αὐτοὶ αὑτούς. Τοσόνδε γε μὴν περὶ πάντων ἔχω φράζειν τῶν γεγραφότων καὶ γραψόντων, ὅσοι φασὶν εἰδέναι περὶ ὧν ἐγὼ σπουδάζω, εἴτ' ἐμοῦ ἀκηκοότες εἴτ' ἄλλων εἴθ' ὡς εὑρόντες αὐτοί· τούτους οὐκ ἔστιν κατά γε τὴν ἐμὴν δόξαν περὶ τοῦ πράγματος ἐπαΐειν οὐδέν. Οὔκουν ἐμόν γε περὶ αὐτῶν ἔστιν σύγγραμμα οὐδὲ μήποτε γένηται· ῥητὸν γὰρ οὐδαμῶς ἐστὶν ὡς ἄλλα μαθήματα, ἀλλ' ἐκ πολλῆς συνουσίας γιγνομένης περὶ τὸ πρᾶγμα αὐτὸ καὶ τοῦ συζῆν ἐξαίφνης, οἷον ἀπὸ πυρὸς πηδήσαντος ἐξαφθὲν φῶς, ἐν τῇ ψυχῇ γενόμενον αὐτὸ ἑαυτὸ ἤδη τρέφει. Καίτοι τοσόνδε γε οἶδα, ὅτι γραφέντα ἢ λεχθέντα ὑπ' ἐμοῦ βέλτιστ' ἂν λεχθείη· καὶ μὴν ὅτι γεγραμμένα κακῶς οὐχ ἥκιστ' ἂν ἐμὲ λυποῖ. Εἰ δέ μοι ἐφαίνετο γραπτέα θ' ἱκανῶς εἶναι πρὸς τοὺς πολλοὺς καὶ ῥητά, τί τούτου κάλλior ἐπέπρακτ' ἂν ἡμῖν ἐν τῷ βίῳ ἢ τοῖς τε ἀνθρώποισι μέγα ὄφελος γράψαι καὶ τὴν φύσιν εἰς φῶς πᾶσιν προαγαγεῖν; Ἀλλ' οὔτε ἀνθρώποις ἡγοῦμαι τὴν ἐπιχείρησιν περὶ αὐτῶν λεγομένην ἀγαθόν, εἰ μή τισιν ὀλίγοις ὁπόσοι δυνατοὶ ἀνευρεῖν αὐτοὶ διὰ σμικρᾶς ἐνδείξεως, τῶν τε δὴ ἄλλων τοὺς μὲν καταφρονήσεως οὐκ ὀρθῆς ἐμπλήσειεν ἂν οὐδαμῇ ἐμμελῶς, τοὺς δὲ ὑψηλῆς καὶ χαύνης ἐλπίδος, ὡς σέμν' ἄττα μεμαθηκότας.
In seguito poi: e sento dire che egli ha scritto intorno a ciò che allora udì, componendo come sua propria arte, nulla delle stesse cose che aveva udito.
Di queste cose io non so nulla.
So che certi altri hanno scritto sulle stesse cose; ma chi siano, neppure loro stessi lo sanno.
Eppure questo almeno sono in grado di dire di tutti quelli che hanno scritto e che scriveranno, quanti affermano di conoscere le cose a cui io mi dedico, sia che abbiano udito da me sia da altri sia come se le avessero trovate da soli: costoro, secondo la mia opinione, non capiscono nulla della questione.
Non esiste dunque alcuno scritto mio su di esse, né mai esisterà.
Essa infatti non è in alcun modo esprimibile come le altre discipline, ma da una lunga frequentazione intorno alla cosa stessa e dal convivere insieme, all'improvviso, come luce accesa da un fuoco che balza, nata nell'anima, si nutre ormai da sola.
Eppure questo almeno so, che se fossero scritti o detti da me, sarebbero detti nel modo migliore.
E certamente so anche che, scritti male, mi addolorerebbero non poco.
E se mi fosse sembrato che queste cose potessero essere scritte e dette adeguatamente per il gran pubblico, quale azione più bella avremmo compiuto nella vita che scrivere un grande beneficio per gli uomini e portare alla luce la natura per tutti?
Ma non ritengo che la trattazione di questi argomenti sia un bene per gli uomini, tranne che per pochi, quanti sono capaci di trovarli da soli con una piccola indicazione; degli altri poi, riempirebbe gli uni di un disprezzo per nulla retto e in nessun modo armonioso, gli altri di una speranza alta e vuota, come se avessero imparato cose auguste.
166 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
La frase si traduce: «In seguito poi: e sento dire che egli ha scritto». Platone usa il perfetto infinito γεγραφέναι per indicare un'azione già compiuta di cui giunge notizia; il verbo ἀκούω introduce un'infinitiva indiretta. Nell'Epistola VII il filosofo prende le distanze da chi pretende di aver fissato per iscritto la sua dottrina.
Secondo Platone, la conoscenza filosofica più alta non è trasmissibile come le altre discipline: essa nasce da una lunga frequentazione del problema e dalla vita comune, e all'improvviso si accende nell'anima come luce da una fiamma. La scrittura fissa un contenuto morto, mentre la vera comprensione è un evento interiore e improvviso, descritto con la celebre immagine del fuoco.
L'immagine del fuoco (ἀπὸ πυρὸς πηδήσαντος ἐξαφθὲν φῶς) rappresenta la conoscenza filosofica che si accende all'improvviso nell'anima dopo una lunga frequentazione del maestro e del problema. È una delle metafore più famose di Platone: la luce, una volta accesa, si nutre da sola, senza bisogno di supporti scritti.
Lo stesso passo (Inadeguatezza della scrittura per i contenuti filosofici) lo trovi qui: