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Allos Idem · Vol. unico · pag. 162 · versione 132
Platone · Repubblica
Traduzione e analisi di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Versione d’autore: Platone, Repubblica
Platone (428-348 a.C.) nella Repubblica libro X sviluppa la critica alla poesia come mimesis di terzo grado. In questo passo Socrate e Glaucone concordano: tutti i poeti, a partire da Omero, sono imitatori di fantasmi della virtù, non della verità stessa. Il poeta è paragonato al pittore che ritrae un calzolaio senza sapere nulla di calzoleria, convincendo solo chi non sa.
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Non dobbiamo dunque stabilire che tutti i poeti imitatori, a cominciare da Omero, sono imitatori di fantasmi della virtù e delle altre cose di cui trattano, ma non colgono la verità, proprio come dicevamo poco fa: il pittore farà sembrare un calzolaio senza capire nulla di calzoleria e per coloro che non capiscono ma guardano basandosi sui colori e sulle forme? Assolutamente sì. Così dunque penso che diremo anche che il poeta colora con nomi e parole certi aspetti di ciascuna delle arti, senza capire nulla ma solo imitare, così da sembrare a coloro che, simili a lui, guardano le cose attraverso le parole, che sia detto molto bene, sia che si parli di calzoleria in metro e ritmo e armonia, sia di strategia, sia di qualsiasi altra cosa; così per natura queste stesse cose hanno un certo grande incantesimo. Perché le composizioni dei poeti, private dei colori della musica e dette per se stesse, penso che tu sappia che aspetto presentano. Li hai pur visti, immagino. Io sì, disse. Non assomigliano, dissi io, ai volti dei giovani belli ma non belli, quali appaiono quando il fiore li abbandona? In tutto e per tutto, disse egli. Orsù dunque, osserva questo: il poeta del fantasma, l'imitatore, diciamo, non capisce nulla dell'essere, ma solo dell'apparenza.
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
τιθῶμεν … μιμητὰς … εἶναι … ἅπτεσθαι
→ tutti i poeti imitatori ... sono imitatori di fantasmi della virtù
τιθῶμεν introduce una doppia infinitiva: πάντας ... μιμητὰς εἶναι (accusativo + infinito = 'stabiliamo che tutti i poeti sono') e ἀληθείας οὐχ ἅπτεσθαι ('che non colgono la verità'). È la costruzione tipica greca di accusativo con infinito dipendente da verba putandi/dicendi.
Compare nel periodo 1.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
ἐάντε … ἐάντε … ἐάντε
→ sia che si parli di calzoleria ... sia di strategia, sia di qualsiasi altra cosa
ἐάντε περὶ σκυτοτομίας ... ἐάντε περὶ στρατηγίας ἐάντε περὶ ἄλλου ὁτουοῦν: triplice correlazione disgiuntiva ('sia che ... sia che ... sia che') con congiuntivo eventuale (λέγῃ). Sottolinea che l'incantesimo del metro vale per qualsiasi argomento.
Compare nel periodo 3.
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τοῦ … ὄντος … τοῦ … φαινομένου
→ non capisce nulla dell'essere, ma solo dell'apparenza
τοῦ μὲν ὄντος ... τοῦ δὲ φαινομένου: il doppio genitivo con μέν/δέ crea un'antitesi tra 'l'essere' e 'l'apparire'. Sono genitivi partitivi dipendenti da ἐπαΐει ('capire qualcosa di').
Compare nel periodo 9.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Οὐκοῦν τιθῶμεν ἀπὸ Ὁμήρου ἀρξαμένους πάντας τοὺς ποιητικοὺς μιμητὰς εἰδώλων ἀρετῆς εἶναι καὶ τῶν ἄλλων περὶ ὧν ποιοῦσιν, τῆς δὲ ἀληθείας οὐχ ἅπτεσθαι, ἀλλ' ὥσπερ νυνδὴ ἐλέγομεν, ὁ ζωγράφος σκυτοτόμον ποιήσει δοκοῦντα εἶναι, αὐτός τε οὐκ ἐπαΐων περὶ σκυτοτομίας καὶ τοῖς μὴ ἐπαΐουσιν, ἐκ τῶν χρωμάτων δὲ καὶ σχημάτων θεωροῦσιν; Πάνυ μὲν οὖν. Οὕτω δὴ οἶμαι καὶ τὸν ποιητικόν φήσομεν χρώματα ἄττα ἑκάστων τῶν τεχνῶν τοῖς ὀνόμασι καὶ ῥήμασιν ἐπιχρωματίζειν αὐτὸν οὐκ ἐπαΐοντα ἀλλ' ἢ μιμεῖσθαι, ὥστε ἑτέροις τοιούτοις ἐκ τῶν λόγων θεωροῦσι δοκεῖν, ἐάντε περὶ σκυτοτομίας τις λέγῃ ἐν μέτρῳ καὶ ῥυθμῷ καὶ ἁρμονίᾳ, πάνυ εὖ δοκεῖν λέγεσθαι, ἐάντε περὶ στρατηγίας ἐάντε περὶ ἄλλου ὁτουοῦν· οὕτω φύσει αὐτὰ ταῦτα μεγάλην τινὰ κήλησιν ἔχειν. Ἐπεὶ γυμνωθέντα γε τῶν τῆς μουσικῆς χρωμάτων τὰ τῶν ποιητῶν, αὐτὰ ἐφ' αὑτῶν λεγόμενα, οἶμαι σε εἰδέναι οἷα φαίνεται. Τεθέασαι γάρ που. Ἔγωγε, ἔφη. Οὐκοῦν, ἦν δ' ἐγώ, ἔοικεν τοῖς τῶν ὡραίων προσώποις, καλῶν δὲ μή, οἷα γίγνεται ἰδεῖν ὅταν αὐτὰ τὸ ἄνθος προλίπῃ; Παντάπασιν, ἦ δ' ὅς. Ἴθι δή, τόδε ἄθρει· ὁ τοῦ εἰδώλου ποιητής, ὁ μιμητής, φαμέν, τοῦ μὲν ὄντος οὐδὲν ἐπαΐει, τοῦ δὲ φαινομένου.
Non dobbiamo dunque stabilire che tutti i poeti imitatori, a cominciare da Omero, sono imitatori di fantasmi della virtù e delle altre cose di cui trattano, ma non colgono la verità, proprio come dicevamo poco fa: il pittore farà sembrare un calzolaio senza capire nulla di calzoleria e per coloro che non capiscono ma guardano basandosi sui colori e sulle forme?
Assolutamente sì.
Così dunque penso che diremo anche che il poeta colora con nomi e parole certi aspetti di ciascuna delle arti, senza capire nulla ma solo imitare, così da sembrare a coloro che, simili a lui, guardano le cose attraverso le parole, che sia detto molto bene, sia che si parli di calzoleria in metro e ritmo e armonia, sia di strategia, sia di qualsiasi altra cosa; così per natura queste stesse cose hanno un certo grande incantesimo.
Perché le composizioni dei poeti, private dei colori della musica e dette per se stesse, penso che tu sappia che aspetto presentano.
Li hai pur visti, immagino.
Io sì, disse.
Non assomigliano, dissi io, ai volti dei giovani belli ma non belli, quali appaiono quando il fiore li abbandona?
In tutto e per tutto, disse egli.
Orsù dunque, osserva questo: il poeta del fantasma, l'imitatore, diciamo, non capisce nulla dell'essere, ma solo dell'apparenza.
137 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
Si traduce: 'Non dobbiamo dunque stabilire che tutti i poeti imitatori, a cominciare da Omero...'. Platone usa la forma deliberativa del congiuntivo (τιθῶμεν) per coinvolgere l'interlocutore in una conclusione condivisa, trasformando l'affermazione in proposta comune.
Platone paragona il poeta al pittore che raffigura un calzolaio senza capire la calzoleria: entrambi creano apparenze convincenti per chi non sa, ma ingannevoli per chi conosce. Il pittore usa colori e forme, il poeta parole e metro: entrambi producono una 'coloratura' (ἐπιχρωματίζειν) che affascina, ma non istruisce.
Con questa metafora Platone indica il fascino ritmico, melodico e metrico della poesia. Nel Fedone di Platone la musica adorna le parole; nella Repubblica (601b) Socrate dice che se si spoglia la poesia di questi colori musicali, le parole rimangono nude come volti giovani ma non belli quando sfiorisce la loro freschezza.
Lo stesso passo (I poeti imitano le apparenze, ma non attingono la verità) lo trovi qui: