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latino · C. Plinius
C. Plinius
Plinio il Giovane (61-112 d.C.) scrisse questa lettera (Ep. VIII 24) a Massimo, inviato in provincia Acaia (la Grecia continentale), per esortarlo a governare con rispetto e clemenza. La lettera è un inno alla grandezza storica e culturale della Grecia: terra che ha inventato l'umanità, le lettere e persino i cereali, e che ha dato a Roma le proprie leggi non per conquista ma per libera scelta. Plinio ammonisce che l'amore, non il terrore, è lo strumento più potente per ottenere ciò che si desidera.
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Gaio Plinio manda i suoi saluti a Massimo. Il mio affetto per te mi spinge, non a darti precetti (non hai bisogno infatti di un maestro), ma ad avvertirti tuttavia di mantenere e osservare ciò che sai, oppure che è meglio non sapere. Pensa di essere stato inviato nella provincia Acaia, quella vera e autentica Grecia, in cui si crede siano stati inventati per primi l'umanità, le lettere e persino i cereali; inviato ad ordinare lo stato di città libere, cioè verso uomini che sono uomini nel senso più pieno, verso liberi che sono liberi nel senso più pieno, i quali hanno mantenuto il diritto dato dalla natura con la virtù, i meriti, l'amicizia, i patti e infine la religione. Riverisci gli dei fondatori e i nomi degli dei, riverisci l'antica gloria e questa stessa vecchiezza, che nell'uomo è venerabile, nelle città è sacra. Ci sia presso di te rispetto per l'antichità, per le imprese grandiose, e anche per i miti. Non togliere nulla alla dignità di nessuno, nulla alla libertà, nulla nemmeno alla loro vanteria. Tieni presente che questa è la terra che ci ha inviato le leggi, che ha dato le proprie norme non ai vinti ma a chi le chiedeva, che Atene è quella che stai per visitare, che Sparta è quella che governi; strappare loro la residua ombra e il nome superstite della libertà è cosa dura, crudele, barbara. Vedi come dai medici, sebbene in caso di malattia schiavi e liberi non differiscano in nulla, i liberi vengano tuttavia trattati con più dolcezza e clemenza. Ricorda cos'era ogni città, non per disprezzare ciò che ha cessato di essere; lontane siano la superbia e la durezza. E non temere il disprezzo. Forse che viene disprezzato chi ha il potere e i fasci, se non colui che è vile e meschino, e che per primo disprezza sé stesso? Il potere esercita male la propria forza con le offese agli altri, male si acquista la venerazione con il terrore, e di gran lunga più potente è l'amore per ottenere ciò che vuoi rispetto alla paura. Stammi bene.
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
neque … eges
→ non hai bisogno di un maestro
neque enim praeceptore eges è un inciso parentetico che sospende la frase principale per smorzare il tono prescrittivo: Plinio si autocorregge prima ancora di terminare il pensiero, con eleganza retorica.
Compare nel periodo 2.
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te missum
→ di essere stato inviato
te missum (esse) è una proposizione infinitiva con accusativo soggetto (te) e participio perfetto passivo (missum) che funge da predicativo: Plinio invita Massimo a immaginare la propria situazione.
Compare nel periodo 3.
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Habe … hanc … Athenas … Lacedaemonem
→ tieni presente che questa è la terra... che Atene è quella... che Sparta è quella
hanc esse terram, Athenas esse quas adeas, Lacedaemonem esse quam regas sono tre infinitive coordinate (accusativo + infinito esse) dipendenti dall'imperativo habe ante oculos, con valore di rappresentazione mentale.
Compare nel periodo 7.
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ad obtinendum
→ per ottenere ciò che vuoi
ad obtinendum quod velis è una costruzione gerundivale con preposizione ad + accusativo del gerundio, che esprime finalità: l'amore come mezzo per raggiungere lo scopo.
Compare nel periodo 12.
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Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
C. Plinius Maximo suo s. Amor in te meus cogit, non ut praecipiam - neque enim praeceptore eges -, admoneam tamen, ut quae scis teneas et observes, aut nescire melius. Cogita te missum in provinciam Achaiam, illam veram et meram Graeciam, in qua primum humanitas litterae, etiam fruges inventae esse creduntur; missum ad ordinandum statum liberarum civitatum, id est ad homines maxime homines, ad liberos maxime liberos, qui ius a natura datum virtute meritis amicitia, foedere denique et religione tenuerunt. Reverere conditores deos et nomina deorum, reverere gloriam veterem et hanc ipsam senectutem, quae in homine venerabilis, in urbibus sacra. Sit apud te honor antiquitati, sit ingentibus factis, sit fabulis quoque. Nihil ex cuiusquam dignitate, nihil ex libertate, nihil etiam ex iactatione decerpseris. Habe ante oculos hanc esse terram, quae nobis miserit iura, quae leges non victis sed petentibus dederit, Athenas esse quas adeas Lacedaemonem esse quam regas; quibus reliquam umbram et residuum libertatis nomen eripere durum ferum barbarum est. Vides a medicis, quamquam in adversa valetudine nihil servi ac liberi differant, mollius tamen liberos clementiusque tractari. Recordare quid quaeque civitas fuerit, non ut despicias quod esse desierit; absit superbia asperitas. Nec timueris contemptum. An contemnitur qui imperium qui fasces habet, nisi humilis et sordidus, et qui se primus ipse contemnit? Male vim suam potestas aliorum contumeliis experitur, male terrore veneratio acquiritur, longeque valentior amor ad obtinendum quod velis quam timor. Vale.
Gaio Plinio manda i suoi saluti a Massimo.
Il mio affetto per te mi spinge, non a darti precetti (non hai bisogno infatti di un maestro), ma ad avvertirti tuttavia di mantenere e osservare ciò che sai, oppure che è meglio non sapere.
Pensa di essere stato inviato nella provincia Acaia, quella vera e autentica Grecia, in cui si crede siano stati inventati per primi l'umanità, le lettere e persino i cereali; inviato ad ordinare lo stato di città libere, cioè verso uomini che sono uomini nel senso più pieno, verso liberi che sono liberi nel senso più pieno, i quali hanno mantenuto il diritto dato dalla natura con la virtù, i meriti, l'amicizia, i patti e infine la religione.
Riverisci gli dei fondatori e i nomi degli dei, riverisci l'antica gloria e questa stessa vecchiezza, che nell'uomo è venerabile, nelle città è sacra.
Ci sia presso di te rispetto per l'antichità, per le imprese grandiose, e anche per i miti.
Non togliere nulla alla dignità di nessuno, nulla alla libertà, nulla nemmeno alla loro vanteria.
Tieni presente che questa è la terra che ci ha inviato le leggi, che ha dato le proprie norme non ai vinti ma a chi le chiedeva, che Atene è quella che stai per visitare, che Sparta è quella che governi; strappare loro la residua ombra e il nome superstite della libertà è cosa dura, crudele, barbara.
Vedi come dai medici, sebbene in caso di malattia schiavi e liberi non differiscano in nulla, i liberi vengano tuttavia trattati con più dolcezza e clemenza.
Ricorda cos'era ogni città, non per disprezzare ciò che ha cessato di essere; lontane siano la superbia e la durezza.
E non temere il disprezzo.
Forse che viene disprezzato chi ha il potere e i fasci, se non colui che è vile e meschino, e che per primo disprezza sé stesso?
Il potere esercita male la propria forza con le offese agli altri, male si acquista la venerazione con il terrore, e di gran lunga più potente è l'amore per ottenere ciò che vuoi rispetto alla paura.
Stammi bene.
175 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
Si traduce: «Gaio Plinio manda i suoi saluti a Massimo. Il mio affetto per te mi spinge non a darti precetti, poiché non hai bisogno di un maestro, ma ad avvertirti di mantenere e osservare ciò che già sai». Plinio il Giovane apre l'Epistula VIII 24 con una captatio che valorizza il destinatario prima ancora di impartire l'ammonimento.
Plinio si riferisce alla tradizione mitica che attribuisce all'Attica (o a Eleusi) l'invenzione dell'agricoltura per opera di Demetra/Cerere. Dire che la Grecia ha inventato humanitas, litterae ed etiam fruges significa che ha donato all'umanità non solo la cultura ma anche il nutrimento materiale, giustificando così il massimo rispetto.
La tesi è che l'amore vale più del timore come strumento di governo: longeque valentior amor ad obtinendum quod velis quam timor. Plinio argomenta che la Grecia merita rispetto non solo per la gloria passata, ma perché ha liberamente scelto di dare a Roma le sue leggi. Il governante saggio conquista con la clemenza, non con la violenza.
Lo stesso passo (Plinio tesse l'elogio della Grecia) lo trovi qui: