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Allos Idem · Vol. unico · pag. 612 · versione 248
Plinio il Giovane · Panegyricus
Versione d’autore: Plinio il Giovane, Panegyricus
Plinio il Giovane (61-112 d.C.) pronunciò il Panegyricus nel 100 d.C. davanti al Senato romano per ringraziare Traiano del consolato ricevuto. Nel secondo capitolo Plinio dichiara la sua preoccupazione: non tanto di essere troppo parco nelle lodi, quanto di eccedere in esse, dato che il principe potrebbe trovare le lodi esagerate. La sezione è ricca di antitesi e ammicca al contrasto tra Traiano e i tiranni precedenti.
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Per quanto mi riguarda, mi impegnerò a conformare il mio discorso alla modestia e alla moderazione del principe, e terrò in considerazione non meno ciò che le sue orecchie possono sopportare, di quanto si debba alle sue virtù. Grande e insolita è la gloria del principe, nei cui confronti, stando per rendergli grazie, non temo tanto che mi consideri scarso nelle sue lodi, quanto che mi consideri eccessivo. Questa preoccupazione, questa sola difficoltà mi circonda: poiché è facile rendere grazie a chi le merita, o Padri Coscritti. Non c'è infatti il pericolo che, quando parlo di umanità, creda che gli si rimproveri la superbia; quando di frugalità, il lusso; quando di clemenza, la crudeltà; quando di liberalità, l'avarizia; quando di benevolenza, l'invidia; quando di continenza, la lussuria; quando di operosità, la pigrizia; quando di coraggio, la viltà. E non temo nemmeno questo: di sembrare grato o ingrato, a seconda che abbia detto abbastanza o poco. Osservo infatti che anche gli dei stessi si compiacciono non tanto delle preghiere accurate di chi li adora, quanto dell'innocenza e della santità; e che è ritenuto più gradito colui che abbia portato nei loro templi una mente pura e casta, piuttosto che chi abbia portato un carme studiato.
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
quid … quid
→ ciò che le sue orecchie possono sopportare... ciò che si debba alle virtù
quid aures eius pati possint e quid virtutibus debeatur sono due interrogative indirette coordinate da quam, entrambe dipendenti da considerabo.
Compare nel periodo 1.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
acturus
→ stando per rendere grazie
gratias acturus è un participio futuro attivo (da ago) concordato con il soggetto implicito ego, che esprime imminenza o intenzione: mentre sta per rendere grazie.
Compare nel periodo 2.
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quum … quum … quum
→ quando (parlo) di frugalità, (che gli si rimproveri) il lusso; quando di clemenza, la crudeltà...
A partire da quum de frugalitate, il verbo loquar e l'accusativo soggetto di exprobrari (luxuriam, crudelitatem...) sono sottintesi per ellissi, con un forte effetto ritmico e cumulativo tipico della retorica pliniana.
Compare nel periodo 4.
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deos … laetari … existimari
→ che gli dei stessi si compiacciono... e che è ritenuto più gradito
deos ipsos... laetari e gratioremque existimari sono due proposizioni infinitive dipendenti da Animadverto, con deos come accusativo soggetto della prima e il soggetto implicito (eum) della seconda.
Compare nel periodo 6.
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Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Quantum ad me pertinet, laborabo ut orationem meam ad modestiam principis moderationemque submittam, nec minus considerabo, quid aures eius pati possint, quam quid virtutibus debeatur. Magna et inusitata principis gloria, cui, gratias acturus, non tam vereor, ne me in laudibus suis parcum, quam ne nimium putet. Haec me cura, haec difficultas sola circumstat: nam merenti gratias agere facile est, patres conscripti. Non enim periculum est, ne, quum loquar de humanitate, exprobrari sibi superbiam credat; quum de frugalitate, luxuriam; quum de clementia, crudelitatem; quum di liberalitate, avaritiam; quum de benignitate, livorem; quum de continentia, libidinem; quum de labore, inertiam; quum de fortitudine, timorem. Ac ne illud quidem vereor, ne gratus ingratusve videar, prout satis aut parum dixero. Animadverto enim, etiam deos ipsos non tam accuratis adorantium precibus, quam innocentia et sanctitate, laetari; gratioremque existimari, qui delubris eorum puram castamque mentem, quam qui meditatum carmen intulerit.
Per quanto mi riguarda, mi impegnerò a conformare il mio discorso alla modestia e alla moderazione del principe, e terrò in considerazione non meno ciò che le sue orecchie possono sopportare, di quanto si debba alle sue virtù.
Grande e insolita è la gloria del principe, nei cui confronti, stando per rendergli grazie, non temo tanto che mi consideri scarso nelle sue lodi, quanto che mi consideri eccessivo.
Questa preoccupazione, questa sola difficoltà mi circonda: poiché è facile rendere grazie a chi le merita, o Padri Coscritti.
Non c'è infatti il pericolo che, quando parlo di umanità, creda che gli si rimproveri la superbia; quando di frugalità, il lusso; quando di clemenza, la crudeltà; quando di liberalità, l'avarizia; quando di benevolenza, l'invidia; quando di continenza, la lussuria; quando di operosità, la pigrizia; quando di coraggio, la viltà.
E non temo nemmeno questo: di sembrare grato o ingrato, a seconda che abbia detto abbastanza o poco.
Osservo infatti che anche gli dei stessi si compiacciono non tanto delle preghiere accurate di chi li adora, quanto dell'innocenza e della santità; e che è ritenuto più gradito colui che abbia portato nei loro templi una mente pura e casta, piuttosto che chi abbia portato un carme studiato.
110 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
Si traduce: «Per quanto mi riguarda, mi impegnerò a conformare il mio discorso alla modestia e alla moderazione del principe». Plinio il Giovane, nel Panegyricus, dichiara fin dall'inizio l'intenzione di calibrare le lodi su ciò che Traiano è disposto ad accettare.
Plinio afferma che la vera difficoltà non è essere troppo parco, ma troppo eccessivo (ne nimium putet). Questo è segno della grande modestia del principe: un governante che non tollera adulazioni smodate è già di per sé degno di lode. Il contrasto è con i tiranni come Domiziano, rimasto implicito.
Plinio costruisce una lunga serie di antitesi (humanitas/superbia, frugalitas/luxuria, clementia/crudelitas, ecc.) per dimostrare che con Traiano non c'è rischio che le lodi siano fraintese come rimproveri. Ogni coppia richiama implicitamente i vizi dei principi precedenti, esaltando le virtù di Traiano per contrasto.
Lo stesso passo (Plinio loda Traiano) lo trovi qui: