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latino · Virgilio
Virgilio · Eneide
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Nell'Eneide di Virgilio, Didone risponde al discorso di Enea con rabbia e disperazione. Accusa Enea di tradimento, ricorda i benefici che gli ha concesso e maledice il suo futuro. Alla fine, sconvolta, si allontana mentre Enea rimane combattuto tra l'amore e il dovere divino.
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Mentre lui parlava così, Didone da tempo lo guardava voltandosi qua e là con gli occhi, osservandolo tutto con sguardo silenzioso, e così infiammata proferisce: «Né una dea madre ti generò, né Dardano tuo antenato, traditore, ma il duro Caucaso con scogli selvaggi ti partorì e le tigri dell'Ircania ti allattarono. Perché fingere o a che cosa mi riserbo ancora? Non ha gemito per il mio pianto? Non ha distolto lo sguardo? Non è stato vinto dalle lacrime e ha provato pietà per chi lo ama? Quale cosa devo anteporre alle altre? Ormai neppure la grande Giunone né il padre Saturno guardano questo con occhi favorevoli. In nessun luogo è sicura la lealtà. Lo presi sulla spiaggia, privo di tutto, e folle gli concessi parte del mio regno; salvai la sua flotta perduta e i compagni dalla morte. Pazzo, sono trascinato dalle Furie! Ora Apollo indovino, ora gli oracoli della Licia, ora anche il messaggero degli dèi mandato da Giove in persona porta terribili ordini attraverso i venti. Davvero, questo è un compito per gli dèi superiori, questa preoccupazione che inquieta i tranquilli? Non ti trattengo e non confuto le tue parole: va, insegui l'Italia con i venti, raggiungi i regni attraverso le onde; spero davvero che, se gli dèi pii possono qualcosa, tu berrai il castigo sugli scogli e invocherai spesso il nome di Didone. Ti seguirò assente con fuochi neri e, quando la morte fredda avrà strappato l'anima dal corpo, sarò presente in ogni luogo come ombra. Pagherai, empio, le pene: ne udrò la fama persino nel regno dei morti». Con queste parole interrompe a metà il discorso e fugge turbata nell'aria, sottraendosi ai suoi occhi e allontanandosi, lasciando lui incerto e spaventato, desideroso di dire ancora molte cose. Le ancelle la raccolgono mentre crolla e la portano nel talamo di marmo, dove la distendono sui letti. Ma il pio Enea, benché desideri lenire il dolore della sofferente consolandola e contrastare i suoi affanni con le parole, gemendo molto e lacerato nel cuore dal grande amore, tuttavia esegue gli ordini degli dèi e ritorna alla sua flotta.
Talia dicentem iamdudum aversa tuetur huc illuc volvens oculos totumque pererrat luminibus tacitis et sic accensa profatur: "Nec tibi diva parens, generis nec Dardanus auctor, perfide, sed duris genuit te cautibus horrens Caucasus Hyrcanaeque admorunt ubera tigres. Nam quid dissimulo aut quae me ad maiora reservo? num fletu ingemuit nostro? num lumina flexit? num lacrimas victus dedit aut miseratus amantemst? quae quibus anteferam? iam iam nec maxima Iuno nec Saturnius haec oculis pater aspicit aequis. Nusquam tuta fides. Eiectum litore, egentem excepi et regni demens in parte locavi, amissam classem, socios a morte reduxi. Heu furiis incensa feror! nunc augur Apollo, nunc Lyciae sortes, nunc et Iove missus ab ipso interpres divum fert horrida iussa per auras. Scilicet is superis labor est, ea cura quietos sollicitat. Neque te teneo neque dicta refello: i, sequere Italiam ventis, pete regna per undas; spero equidem mediis, si quid pia numina possunt, supplicia hausurum scopulis et nomine Dido saepe vocaturum. Sequar atris ignibus absens et, cum frigida mors anima seduxerit artus, omnibus umbra locis adero. Dabis, improbe, poenas: audiam et haec Manis veniet mihi fama sub imos". His medium dictis sermonem abrumpit et auras aegra fugit seque ex oculis avertit et aufert, linquens multa metu cunctantem et multa parantem dicere. Suscipiunt famulae conlapsaque membra marmoreo referunt thalamo stratisque reponunt. At pius Aeneas, quamquam lenire dolentem solando cupit et dictis avertere curas, multa gemens magnoque animum labefactus amore, iussa tamen divum exsequitur classemque revisit.
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I 187 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Mentre lui parlava così, Didone da tempo lo guardava voltandosi qua e là con gli occhi, osservandolo tutto con sguardo silenzioso, e così infiammata proferisce: «Né una dea madre ti generò, né Dardano tuo antenato, traditore, ma il duro Caucaso con scogli selvaggi ti partorì e le tigri dell'Ircania ti allattarono. È l'inizio della versione di Virgilio, Eneide aeneis.
In questo brano dell'Eneide, Didone accusa Enea di perfidia, lo insulta ricordando tutto ciò che ha fatto per lui, e lo maledice in modo cruento, promettendo di seguirlo come ombra vendicatrice persino nell'aldilà.
Altri passi di Virgilio già tradotti e analizzati.