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latino · Seneca
Seneca · De providentia
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
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Ogni momento, ogni luogo vi insegni quanto sia facile rinunziare alla natura e scaricarne il compito su altri; proprio fra gli altari e i solenni riti dei sacrificanti, mentre si prega per la vita, imparate a morire. I corpi robusti dei tori sono divisi da una ferita minuscola e gli animali di grande forza sono abbattuti dal colpo della mano umana; con un ferro sottile si rompe l'articolazione del collo, e quando quell'articolazione che unisce la testa e il collo è tagliata, quella grande mole crolla. La vita non sta nascosta in profondità né deve essere estratta necessariamente con il ferro; non bisogna frugare nel profondo del petto con una ferita: la morte è vicina. Non ho assegnato un luogo certo per questi colpi: dovunque la forza trovi passaggio. Quel processo stesso che si chiama morire, quando l'anima si separa dal corpo, è più breve di quanto quella velocità possa essere sentita: che la gola sia strozzata da un nodo, che la respirazione sia ostruita dall'acqua, che la durezza del suolo sottostante abbia schiacciato la testa, che il fuoco divoratore abbia interrotto il corso dell'anima che ritorna, comunque sia, tutto procede velocemente. Vi vergognate forse? Temete a lungo ciò che accade così rapidamente!
Omne tempus, omnis vos locus doceat quam facile sit renuntiare naturae et munus {ΠῚ suum inpingere; inter ipsa altaria et sollemnes sacrificantium ritus, dum optatur vita, mortem condiscite. Corpora opima taurorum exiguo concidunt vulnere et magnarum Virium animalia humanae manus ictus impellit; tenui ferro commissura cervicis abrumpitur, et cum articulus ille, qui caput collumque committit, incisus est, tanta illa moles corruit. Non in alto latet spiritus nec utique ferro eruendus est; non sunt vulnere penitus impresso scrutanda praecordia: in proximo mors est. Non certum ad hos ictus destinavi locum: quacumque vis pervium est. Ipsum illud quod vocatur mori, quo anima discedit a corpore, brevius est quam ut sentiri tanta velocitas possit: sive fauces nodus elisit, sive spiramentum aqua praeclusit, sive in caput lapsos subiacentis soli duritia comminuit, sive haustus ignis cursum animae remeantis interscidit, quidquid est, properat. Ecquid erubescitis? Quod tam cito fit timetis diu!
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I 110 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
La morte incombe sempre su di noi sui manuali scolastici, con pagina e numero.
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