Caricamento…
Caricamento…
di Seneca
I passi più studiati, con la traduzione accanto. Tocca una parola e si accende la sua resa.
1
Ogni momento, ogni luogo vi insegni quanto sia facile rinunziare alla natura e scaricarne il compito su altri; proprio fra gli altari e i solenni riti dei sacrificanti, mentre si prega per la vita, imparate a morire. I corpi robusti dei tori sono divisi da una ferita minuscola e gli animali di grande forza sono abbattuti dal colpo della mano umana; con un ferro sottile si rompe l'articolazione del collo, e quando quell'articolazione che unisce la testa e il collo è tagliata, quella grande mole crolla. La vita non sta nascosta in profondità né deve essere estratta necessariamente con il ferro; non bisogna frugare nel profondo del petto con una ferita: la morte è vicina. Non ho assegnato un luogo certo per questi colpi: dovunque la forza trovi passaggio. Quel processo stesso che si chiama morire, quando l'anima si separa dal corpo, è più breve di quanto quella velocità possa essere sentita: che la gola sia strozzata da un nodo, che la respirazione sia ostruita dall'acqua, che la durezza del suolo sottostante abbia schiacciato la testa, che il fuoco divoratore abbia interrotto il corso dell'anima che ritorna, comunque sia, tutto procede velocemente. Vi vergognate forse? Temete a lungo ciò che accade così rapidamente!
2, 9, 12
Ecco uno spettacolo degno al quale guardi, intento alla sua opera, il dio: ecco una figura degna di dio: un uomo forte composto con la cattiva fortuna, soprattutto se l'ha pure provocata. Non vedo, dico, che cosa abbia sulla terra Giove più bello, se voglia volgere lo sguardo, che guardare Catone, ormai le file sconfitte più di una volta, stante tuttavia diritto tra le rovine della cosa pubblica: «È permesso», dice, «che tutte le cose si siano consegnate al dominio di uno solo, che vengano custodite da legioni la terra, dai mari la flotta, che il soldato cesariano assedi le porte: Catone ha una via per uscire; con una sola mano si aprirà una strada larga alla libertà». Quel ferro, anche nella guerra civile puro e innocente, compirà infine buone e nobili opere: darà a Catone quella libertà che non ha potuto dare alla patria. Su, anima, opera a lungo meditata, strapparti dalle cose umane! Ormai Petreo e Iuba si sono precipitati l'uno contro l'altro e giacciono entrambi uccisi dalla mano l'uno dell'altro: un patto forte ed eccelso del fato, ma tale che non si confaccia alla nostra grandezza. È altrettanto vergognoso per Catone chiedere la morte a qualcuno quanto chiedere la vita. Mi è chiaro che gli dei hanno guardato con grande gioia mentre quell'uomo, acerrimo vendicatore di se stesso, provvedeva alla salvezza altrui e ordinava la fuga di quelli che partivano, mentre anche nella notte estrema praticava gli studi, mentre infiggeva la gioia nel suo petto sacro, mentre disperdeva le viscere e con la mano educeva quella santissima anima indegnata che sarebbe stata contaminata dal ferro. Da ciò crederò che la ferita fu tutt'altro che sicura ed efficace: non fu sufficiente per gli dei immortali vedere Catone una volta sola; la virtù fu trattenuta e richiamata, affinché si mostrasse nella parte più difficile: non si intraprende infatti la morte con animo così grande come la si ripete. Perché mai non guarderebbero volentieri il loro figliuolo evadere con un'uscita così illustre e meravigliosa? La morte lo consacra: coloro il cui esito è lodato anche da chi lo teme.
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