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latino · Livio
Livio · Ab urbe condita
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Livio narra la guerra tra Romolo e i Veientini durante il regno del fondatore. Dopo una vittoria decisiva nei campi e il saccheggio del territorio nemico, Romolo impone una pace di cento anni, consolidando così il potere di Roma sugli stati vicini.
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Gli animi dei Veientini, irritati dal contagio della guerra di Fidena, dalla consanguinità - infatti anche i Fidenatisono Etruschi - e perché la vicinanza stessa dei luoghi, se le armi romane fossero nemiche a tutti i popoli confinanti, li eccitava. Irruppero nei confini romani saccheggiando più per avidità che secondo il diritto della guerra. E così, senza porre campo, senza attendere l'esercito del nemico, portando via il bottino strappato ai campi, tornarono a Veio. Il romano invece, dopo che non trovò il nemico nei campi, equipaggiato e intento al combattimento decisivo, attraversa il Tevere. Quando i Veientini seppero che accamperebbe e avanzerebbe verso la città, uscirono incontro per combattere piuttosto in campo aperto che rinchiusi a combattere dalle mura e dai tetti. Lì, con le sole forze, senza nessun aiuto dell'arte, con la sola forza dell'esercito veterano il re romano vinse; inseguiti i nemici in fuga fino alle mura, si astenne dalla città, forte di muri e fortificata dalla posizione stessa, e ritornando devasta i campi, più per punire che per saccheggiare; e i Veientini, prostrati non meno da questa devastazione che da una battaglia perduta, mandano ambasciatori a Roma a chiedere pace. Multati di parte del territorio, fu concessa una tregua di cento anni. Queste sono pressappoco le imprese compiute da Romolo nel regno sia in patria che in guerra, nessuna delle quali risultò discordante dalla credenza nella divina origine e nella divinità dopo la morte, né l'animo nel recuperare il regno degli avi, né il consiglio nel fondare la città, né la guerra e la pace nel consolidarla. Da lui infatti senza dubbio, avendo avuto le forze, valse tanto che nei quaranta anni successivi ebbe una pace sicura. Alla moltitudine tuttavia fu più caro che ai padri, di gran lunga il più accetto agli animi dei soldati; e mantenne, non solo in guerra ma anche in pace, trecento armati a guardia del corpo che chiamò Celeri.
Belli Fidenatis contagione inritati Veientium animi et consanguinitate - nam Fidenates quoque Etrusci fuerunt - et quod ipsa propinquitas loci, si Romana arma omnibus infesta finitimis essent, stimulabat. In fines Romanos excucurrerunt populabundi magis quam iusti more belli. Itaque non castris positis, non exspectato hostium exercitu, raptam ex agris praedam portantes Veios rediere. Romanus contra postquam hostem in agris non invenit, dimicationi ultimae instructus intentusque Tiberim transit. Quem postquam castra ponere et ad urbem accessurum Veientes audivere, obviam egressi ut potius acie decernerent quam inclusi de tectis moenibusque dimicarent. Ibi viribus nulla arte adiutis, tantum veterani robore exercitus rex Romanus vicit; persecutusque fusos ad moenia hostes, urbe valida muris ac situ ipso munita abstinuit, agros rediens vastat, ulciscendi magis quam praedae studio; eaque clade haud minus quam adversa pugna subacti Veientes pacem petitum oratores Romam mittunt. Agri parte multatis in centum annos indutiae datae. Haec ferme Romulo regnante domi militiaeque gesta, quorum nihil absonum fidei divinae originis divinitatisque post mortem creditae fuit, non animus in regno avito reciperando, non condendae urbis consilium, non bello ac pace firmandae. Ab illo enim profecto viribus datis tantum valuit ut in quadraginta deinde annos tutam pacem haberet. Multitudini tamen gratior fuit quam patribus, longe ante alios acceptissimus militum animis; trecentosque armatos ad custodiam corporis quos Celeres appellavit non in bello solum sed etiam in pace habuit.
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I 161 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Gli animi dei Veientini, irritati dal contagio della guerra di Fidena, dalla consanguinità - infatti anche i Fidenatisono Etruschi - e perché la vicinanza stessa dei luoghi, se le armi romane fossero nemiche a tutti i popoli confinanti, li eccitava. È l'inizio della versione di Livio, Ab urbe condita.
In Livio, Romolo, sebbene vittorioso in battaglia, non assedia Veio perché la città è protetta da forti mura e dalla sua posizione naturale; preferisce invece devastare i campi nemici come castigo, il che induce i Veientini a chiedere pace.
Altri passi di Livio già tradotti e analizzati.