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latino · Livio
Livio · Ab urbe condita
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Nel primo libro dell'Ab urbe condita, Livio racconta la scomparsa di Romolo durante un'assemblea militare nel campo presso la palude della Capra. Una tempesta lo avvolge e il fondatore di Roma scompare dalla terra, trasformandosi in un dio secondo la narrazione ufficiale propagandata da Procolo Iulio.
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Dopo aver compiuto queste opere immortali, mentre teneva un'assemblea nel campo presso la palude della Capra per passare in rassegna l'esercito, improvvisamente scoppia una tempesta con grande fragore e tuoni, con una pioggia così fitta che copre il re; e il fragore non permette ai presenti di vederlo; né da quel momento Romolo fu sulla terra. La gioventù romana, placato infine il terrore, quando dalla giornata così tempestosa tornò una luce serena e tranquilla, quando vide vuoto il palazzo reale, sebbene credesse abbastanza ai padri che stavano vicino, rapito in alto dalla tempesta, tuttavia colpita quasi dal timore dell'orfanità, fu presa da un silenzio triste per un certo tempo. Poi, preso l'inizio da pochi, tutti affermano che il dio nato da dio, il re e padre della città romana, Romolo, salvo; lo supplicano con preghiere affinché, volendo propizio, sempre protegga la sua stirpe. Io credo che allora pure fossero alcuni che attribuissero tacitamente al re fatto a pezzi dalle mani dei padri; infatti anche questa voce si diffuse, ma molto oscura; quella l'ammirazione per l'uomo e il terrore presente la nobilitò. E si dice che la credenza della cosa fu accresciuta dal consiglio di un solo uomo. Procolo Iulio infatti, con la città inquieta per il desiderio del re e ostile ai padri, grave, come si tramanda, benché autore di cosa grande, si presenta all'assemblea. «Romolo», dice, «Quiriti, padre di questa città, oggi all'alba, improvvisamente sceso dal cielo, si è presentato a me. Quando, pervaso di terrore e reverente, mi fermai pregando affinché mi fosse lecito guardarlo in viso, mi disse: "Va', annuncia ai Romani, gli dèi così vogliono che la mia Roma sia il capo del mondo; perciò coltivino l'arte della guerra e la insegnino ai posteri, così che sappiano che nessuna forza umana può resistere alle armi romane"». Dopo aver detto questo, si elevò in alto e scomparve». Quanta fede si diede a quell'uomo nel riferire queste cose, e come il desiderio di Romolo, presso il popolo e l'esercito, fu lenito dalla credenza della sua immortalità.
His immortalibus editis operibus cum ad exercitum recensendum contionem in campo ad Caprae paludem haberet, subito coorta tempestas cum magno fragore tonitribusque tam denso regem operuit nimbo ut conspectum eius contioni abstulerit; nec deinde in terris Romulus fuit. Romana pubes sedato tandem pavore postquam ex tam turbido die serena et tranquilla lux rediit, ubi vacuam sedem regiam vidit, etsi satis credebat patribus qui proximi steterant sublimem raptum procella, tamen velut orbitatis metu icta maestum aliquamdiu silentium obtinuit. Deinde a paucis initio facto, deum deo natum, regem parentemque urbis Romanae salvere universi Romulum iubent; pacem precibus exposcunt, uti volens propitius suam semper sospitet progeniem. Fuisse credo tum quoque aliquos qui discerptum regem patrum manibus taciti arguerent; manavit enim haec quoque sed perobscura fama; illam alteram admiratio viri et pavor praesens nobilitavit. Et consilio etiam unius hominis addita rei dicitur fides. Namque Proculus Iulius, sollicita civitate desiderio regis et infensa patribus, gravis, ut traditur, quamvis magnae rei auctor in contionem prodit. "Romulus" inquit, "Quirites, parens urbis huius, prima hodierna luce caelo repente delapsus se mihi obvium dedit. Cum perfusus horrore venerabundusque adstitissem petens precibus ut contra intueri fas esset, ""Abi, nuntia"" inquit ""Romanis, caelestes ita velle ut mea Roma caput orbis terrarum sit; proinde rem militarem colant sciantque et ita posteris tradant nullas opes humanas armis Romanis resistere posse."" Haec" inquit "locutus sublimis abiit." Mirum quantum illi viro nuntianti haec fides fuerit, quamque desiderium Romuli apud plebem exercitumque facta fide immortalitatis lenitum sit.
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I 179 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Dopo aver compiuto queste opere immortali, mentre teneva un'assemblea nel campo presso la palude della Capra per passare in rassegna l'esercito, improvvisamente scoppia una tempesta con grande fragore e tuoni, con una pioggia così fitta che copre il re; e il fragore non permette ai presenti di vederlo; né da quel momento Romolo fu sulla terra. È l'inizio della versione di Livio, Ab urbe condita.
Procolo Iulio è un personaggio che interviene per placare l'inquietudine dei Romani sulla scomparsa di Romolo; racconta di aver visto il re divinizzato che gli ordina di annunciare ai Romani che Roma sarà padrona del mondo se coltiveranno l'arte della guerra, trasformando così il mistero della morte in un'apoteosi divina.
Altri passi di Livio già tradotti e analizzati.