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latino · Livio
Livio · Ab urbe condita
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Livio nella sua storia di Roma racconta la battaglia di Aquilonia nella guerra sannitica. Il console Papirio Cursore, nonostante l'arrivo della notte e la confusione, riuscì a conquistare la città e a infliggere una sconfitta decisiva ai Sanniti.
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Il console all'inizio ignorava la situazione e era concentrato nel ricevere l'esercito; già il sole stava precipitando verso il tramonto e la notte che si avvicinava era pericolosa e rendeva tutto sospetto anche ai vincitori. Avanzando più lontano, vede da destra i campi nemici conquistati, da sinistra il clamore in città mescolato al rumore dei combattenti e dei fuggitivi; e allora per caso c'era uno scontro alla porta. Avvicinatosi poi a cavallo, quando vede i suoi sulle mura e che ormai nulla era intatto, poiché per la temerarietà di pochi si era creata l'occasione di una grande impresa, ordinò di far venire le truppe che aveva raccolto e di portare gli stendardi in città. Entrati da quella parte più vicina, siccome la notte si avvicinava, rimasero inattivi; durante la notte la città fu abbandonata dai nemici. In quel giorno furono uccisi ventitremila sanniti ad Aquilonia, catturati tremila ottocentosettanta, novantasette insegne militari. Certo si tramanda alla memoria che quasi nessun altro generale apparve più lieto in battaglia, sia per natura sia per fiducia nel condurre bene l'azione. Dalla stessa fermezza d'animo non poté essere richiamato dalla battaglia nemmeno per gli auspici contestati, e nel medesimo pericolo dove era usanza votare templi agli dei immortali, egli aveva votato a Giove Vincitore che, se avesse disperse le legioni nemiche, avrebbe bevuto un bicchiere di vino mulso senza prima assaggiarlo. Questo voto fu gradito agli dei e gli auspici si volsero a bene.
Haec primo ignorare consul et intentus recipiendo exercitui esse; iam enim praeceps in occasum sol erat et appetens nox periculosa et suspecta omnia etiam victoribus faciebat. Progressus longius ab dextra capta castra videt, ab laeva clamorem in urbe mixtum pugnantium ac paventium fremitu esse; et tum forte certamen ad portam erat. Advectus deinde equo propius, ut suos in muris videt nec iam integri quicquam esse, quoniam temeritate paucorum magnae rei parta occasio esset, acciri quas receperat copias signaque in urbem inferri iussit. Ingressi proxima ex parte quia nox appropinquabat quievere; nocte oppidum ab hostibus desertum est. Caesa illo die ad Aquiloniam Samnitium milia viginti trecenti quadraginta, capta tria milia octingenti et septuaginta, signa militaria nonaginta septem. Ceterum illud memoriae traditur non ferme alium ducem laetiorem in acie visum seu suopte ingenio seu fiducia bene gerundae rei. Ab eodem robore animi neque controverso auspicio revocari a proelio potuit et in ipso discrimine quo templa deis immortalibus voveri mos erat voverat Iovi Victori, si legiones hostium fudisset, pocillum mulsi priusquam temetum biberet sese facturum. Id votum dis cordi fuit et auspicia in bonum verterunt.
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I 139 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Il console all'inizio ignorava la situazione e era concentrato nel ricevere l'esercito; già il sole stava precipitando verso il tramonto e la notte che si avvicinava era pericolosa e rendeva tutto sospetto anche ai vincitori. È l'inizio della versione di Livio, Ab urbe condita.
Secondo Livio nell'Ab urbe condita, Papirio aveva votato a Giove Vincitore di bere un bicchiere di vino mulso senza assaggiarlo prima se avesse disperso le legioni nemiche, e il voto fu gradito agli dei.
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