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latino · Livio
Livio · Ab urbe condita
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Livio descrive una crisi della Repubblica romana primitiva. I consoli cercano di fare una leva militare obbligatoria, ma la plebe, riunita in assemblee notturne, si rifiuta di armarsi per una Roma ancora simile a un regno, pretendendo prima la restituzione delle libertà.
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Austo Virginio e Tito Vetusio assumono il consolato. Allora la plebe, incerta quali consoli avrebbe avuto, teneva riunioni notturne, parte sull'Esquilino, parte sull'Aventino, per non deliberare nel foro alla rinfusa dei consoli e non agire tutto a caso e a ventura. I consoli giudicando la cosa pericolosa, come in effetti era, la riferirono ai padri, ma non fu loro permesso di esaminarla in ordine; tanto tumultuosamente fu accolta da grida e indignazione dei padri: se nella Repubblica ci fosse un magistrato con imperio consolare da eseguire, i consoli scaricherebbero l'invidia di esso sul senato - davvero se nella Repubblica fossero magistrati, non ci sarebbe a Roma nessuna riunione se non pubblica; ora dispersa e dissipata è la Repubblica in mille curie e assemblee. Un solo uomo davvero - questo infatti varrebbe più di un console - quale fu Appio Claudio, avrebbe dissolto quelle riunioni in un momento. Ripresi i consoli, quando chiedevano che cosa volevano che facessero - nulla infatti avrebbero fatto più lentamente e più dolcemente di quanto piacesse ai padri - decidono di fare una leva quanto mai severa: la plebe si insolentiva dall'ozio. Convocato il senato, i consoli salgono sul tribunale; citano per nome i giovani. Quando nessuno rispondeva al suo nome, la moltitudine radunata come in assemblea popolare nega che potesse ancora essere ingannata la plebe; non avrebbero avuto mai un soldato se non fosse garantita la buona fede pubblica; la libertà doveva essere restituita a ciascuno prima di dargli le armi, affinché combattessero per la patria e i cittadini, non per padroni. I consoli vedevano quale era stato il loro mandato dal senato, ma di quanti dentro le mura della curia parlassero fieramente, nessuno era presente a condividere la loro invidia; e appariva chiaro che sarebbe stata una lotta tremenda con la plebe. Piuttosto che tentare l'estremo, piacque consultare di nuovo il senato. Allora veramente quasi tutti i padri, anche i più giovani, quasi volarono alle sedie dei consoli, ordinando loro di rinunciare al consolato e deporre l'imperio, al quale mancava l'animo di difesa.
A. Verginius inde et T. Vetusius consulatum ineunt. Tum vero plebs incerta quales habitura consules esset, coetus nocturnos, pars Esquiliis, pars in Aventino facere, ne in foro subitis trepidaret consiliis et omnia temere ac fortuito ageret. Eam rem consules rati, ut erat, perniciosam ad patres deferunt, sed delatam consulere ordine non licuit; adeo tumultuose excepta est clamoribus undique et indignatione patrum, si quod imperio consulari exsequendum esset, invidiam eius consules ad senatum reicerent: profecto si essent in re publica magistratus, nullum futurum fuisse Romae nisi publicum concilium; nunc in mille curias contionesque [cum alia in Esquiliis, alia in Aventino fiant concilia] dispersam et dissipatam esse rem publicam. Unum hercule virum - id enim plus esse quam consulem - qualis Ap. Claudius fuerit, momento temporis discussurum illos coetus fvisse. Correpti consules cum, quid ergo se facere vellent - nihil enim segnius molliusve quam patribus placeat acturos- percontarentur, decernunt ut dilectum quam acerrimum habeant: otio lascivire plebem. Dimisso senatu consules in tribunal escendunt; citant nominatim iuniores. Cum ad nomen nemo responderet, circumfusa multitudo in contionis modum negare ultra decipi plebem posse; nunquam unum militem habituros ni praestaretur fides publica; libertatem unicuique prius reddendam esse quam arma danda, ut pro patria civibusque, non pro dominis pugnent. Consules quid mandatum esset a senatu videbant, sed eorum, qui intra parietes curiae ferociter loquerentur, neminem adesse invidiae suae participem; et apparebat atrox cum plebe certamen. Prius itaque quam ultima experirentur senatum iterum consulere placuit. Tum vero ad sellas consulum prope convolare minimus quisque natu patrum, abdicare consulatum iubentes et deponere imperium, ad quod tuendum animus deesset.
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I 165 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Austo Virginio e Tito Vetusio assumono il consolato. È l'inizio della versione di Livio, Ab urbe condita.
Nel racconto liviano, il senato e i consoli credono che la plebe rifiuti per insolenza dovuta all'ozio, mentre in realtà la plebe pretende la certezza che combatterà per la patria come cittadini liberi, non come schiavi di un signore.
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