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latino · Livio
Livio · Ab urbe condita
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Livio racconta la partenza della spedizione di Scipione verso Cartagine durante la seconda guerra punica. Dopo il sacrificio agli dei e le preghiere per il successo, la flotta naviga verso le coste nemiche attraverso tempeste e nebbie.
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Quando spuntò l'alba, Scipione dalla nave capitanea, fatto silenzio dal banditore, disse: «Dei e dee che abitate i mari e le terre, vi prego e supplico che le azioni compiute, compiute e che si compiranno sotto il mio comando, risultino favorevoli a me, al popolo e alla plebe romana, agli alleati e al nome latino, a quanti seguono il popolo romano, la mia autorità, i miei auspici su terra, su mare e sui fiumi, e che voi tutte benignamente le guidiate e accresciate con prosperi aumenti; che i nemici vinti e sconfitti salviate per me trionfante con i vostri doni e carichi di bottino fino alle mie dimore; che mi concediate l'opportunità di vendicarmi dei nemici; e quello che il popolo cartaginese ha tentato di fare al nostro stato, concedetemi di poterlo fare come esempio allo stato cartaginese». Secondo queste preghiere gettò in mare le interiora crude della vittima sacrificata, come è tradizione, e dette il segnale con la tromba per partire. Spinti da un vento favorevole e piuttosto forte, rapidamente si allontanarono dalla vista della terra; e da mezzogiorno iniziò una nebbia tale che le navi riuscivano a malapena a evitarsi l'una con l'altra; il vento in alto si fece più leggero. La notte seguente la stessa caligine permaneva: al sorgere del sole si disperse, e il vento si fece più forte. Già scorgevano la terra.
Ubi inluxit, Scipio e praetoria nave silentio per praeconem facto 'divi divaeque' inquit 'qui maria terrasque colitis, vos precor quaesoque uti quae in meo imperio gesta sunt geruntur postque gerentur, ea mihi populo plebique Romanae sociis nominique Latino qui populi Romani quique meam sectam imperium auspiciumque terra mari amnibusque sequuntur bene verruncent, eaque vos omnia bene iuvetis, bonis auctibus auxitis; salvos incolumesque victis perduellibus victores spoliis decoratos praeda onustos triumphantesque mecum domos reduces sistatis; inimicorum hostiumque ulciscendorum copiam faxitis; quaeque populus Carthaginiensis in civitatem nostram facere molitus est, ea ut mihi populoque Romano in civitatem Carthaginiensium exempla edendi facultatem detis.' Secundum has preces cruda exta caesa victima, uti mos est, in mare proiecit tubaque signum dedit proficiscendi. vento secundo vehementi satis provecti celeriter e conspectu terrae ablati sunt; et a meridie nebula occepit ita vix ut concursus navium inter se vitarent; lenior ventus in alto factus. noctem insequentem eadem caligo obtinuit: sole orto est discussa, et addita vis vento. iam terram cernebant.
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I 119 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Quando spuntò l'alba, Scipione dalla nave capitanea, fatto silenzio dal banditore, disse: «Dei e dee che abitate i mari e le terre, vi prego e supplico che le azioni compiute, compiute e che si compiranno sotto il mio comando, risultino favorevoli a me, al popolo e alla plebe romana, agli alleati e al nome latino, a quanti seguono il popolo romano, la mia autorità, i miei auspici su terra, su mare e sui fiumi, e che voi tutte benignamente le guidiate e accresciate con prosperi aumenti; che i nemici vinti e sconfitti salviate per me trionfante con i vostri doni e carichi di bottino fino alle mie dimore; che mi concediate l'opportunità di vendicarmi dei nemici; e quello che il popolo cartaginese ha tentato di fare al nostro stato, concedetemi di poterlo fare come esempio allo stato cartaginese». È l'inizio della versione di Livio, Ab urbe condita.
Scipione compie un sacrificio agli dei marittimi e terrestri, pronunciando una solenne preghiera per il successo della campagna, come racconta Livio nell'Ab urbe condita.
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