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latino · Lucrezio
Lucrezio · De rerum natura
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Lucrezio nel De rerum natura descrive come la musica nasce presso gli uomini primitivi, imitando i canti degli uccelli e i suoni della natura. Nel brano si evoca la semplicità e la gioia dei primi uomini che scoprono il ritmo e la danza.
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Ma imitare con la bocca le liquide voci degli uccelli fu molto prima che gli uomini potessero celebrare canzoni leggere con il canto e dilettare l'orecchio. E i soffi dello zefiro attraverso le canne cave insegnarono per primi ai rustici di soffiare nelle canne vuote. Poi a poco a poco impararono i dolci lamenti che produce il flauto toccato dalle dita dei cantori, trovato attraverso i boschi selvaggi e le selve e i dirupi, nei luoghi deserti dei pastori e nei loro ozi felici. La musica ha calmato e dilettato questi animi quando erano sazi di cibo; infatti allora tutto è caro al cuore. Spesso dunque distesi sull'erba molle presso il ruscello dell'acqua sotto i rami di un albero alto non avevano il corpo agevolmente senza grandi ricchezze, specialmente quando rideva la stagione e i tempi dell'anno dipingevano le verdeggianti erbe di fiori. Allora i giochi, allora il discorso, allora erano soliti le dolci risate; la musa agreste infatti allora vigeva. Allora il capo e le spalle cinger di corone intrecciate di fiori e foglie muoveva il desiderio gaio, e muovendo le membra fuori misura duramente e spingendo la terra con il piede duro la madre; da ciò nascevano le risa e i dolci sghignazzi, perché tutto questo era allora nuovo e meraviglioso. E da qui venivano sollievi al sonno per i vigilanti, modulare in molti modi le voci e variare i canti e far scorrere i calami con l'uncino sul labbro; donde anche gli acuti ora osservano questi insegnamenti ricevuti. E impararono a osservare il ritmo, né con una dolcezza per nulla maggiore allora raccoglievano il frutto rispetto al genere selvaggio dei terrestri.
At liquidas avium voces imitarier ore ante fuit multo quam levia carmina cantu concelebrare homines possent aurisque iuvare. et zephyri cava per calamorum sibila primum agrestis docuere cavas inflare cicutas. inde minutatim dulcis didicere querellas, tibia quas fundit digitis pulsata canentum, avia per nemora ac silvas saltusque reperta, per loca pastorum deserta atque otia dia. [sic unum quicquid paulatim protrahit aetas in medium ratioque in luminis eruit oras.] haec animos ollis mulcebant atque iuvabant cum satiate cibi; nam tum sunt omnia cordi. saepe itaque inter se prostrati in gramine molli propter aquae rivom sub ramis arboris altae. non magnis opibus iucunde corpora habebant, praesertim cum tempestas ridebat et anni tempora pingebant viridantis floribus herbas. tum ioca, tum sermo, tum dulces esse cachinni consuerant; agrestis enim tum musa vigebat. tum caput atque umeros plexis redimire coronis floribus et foliis lascivia laeta movebat, atque extra numerum procedere membra moventes duriter et duro terram pede pellere matrem; unde oriebantur risus dulcesque cachinni, omnia quod nova tum magis haec et mira vigebant. et vigilantibus hinc aderant solacia somno ducere multimodis voces et flectere cantus et supera calamos unco percurrere labro; unde etiam vigiles nunc haec accepta tuentur. et numerum servare genus didicere, neque hilo maiore interea capiunt dulcedine fructum quam silvestre genus capiebat terrigenarum.
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I 162 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Ma imitare con la bocca le liquide voci degli uccelli fu molto prima che gli uomini potessero celebrare canzoni leggere con il canto e dilettare l'orecchio. È l'inizio della versione di Lucrezio, De rerum natura.
Nel De rerum natura Lucrezio spiega che gli uomini primitivi impararono a imitare i canti degli uccelli e i suoni del vento nelle canne, scoprendo così il flauto e la musica che li consolavano nei momenti di ozio e abbondanza.
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