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latino · Lucrezio
Lucrezio · De rerum natura
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Lucrezio nel De rerum natura, il suo poema didascalico sulla natura dell'universo, descrive la terribile peste che colpì Atene nel 430 a.C. con dettagli strazianti sulla morte, il dolore e il crollo dell'ordine civile. Questo brano, una delle più forti rappresentazioni della mortalità nella letteratura latina, serve a illustrare la caducità della vita e l'universalità della sofferenza umana.
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E alcuni popoli si gareggiavano a seppellire i morti degli altri; stanchi di lacrime e di lutto se ne tornavano; da allora gran parte cedeva al letto dal dolore; né alcuno poteva essere trovato che non fosse toccato dalla malattia, dalla morte o dal dolore in quel periodo. Inoltre già il pastore e tutti gli allevatori e ugualmente il robusto conduttore dell'aratro ricurvo languivano, e completamente dentro le capanne giacciono i corpi dedicati alla morte dalla povertà e dalla malattia. Spesso potevi vedere fanciulli privi di vita sopra i corpi privi di vita dei genitori, e al contrario madri e padri nutrire la vita sui figli morti. Né una piccola parte di questo dolore dalle campagne confluiva in città, il dolore languente che la moltitudine conveniente dei contadini da ogni parte malata aveva portato. Tutti i luoghi e gli edifici riempivano; e per quanto più il caldo, così la morte accumula i corpi ammassati. Molti corpi prostrati dalla sete per le vie rotolano e giacciono agli strati dei ruscelli d'acqua chiusi senza respiro da una dolcezza eccessiva dell'acqua; e molti per i luoghi pubblici del popolo sparsi in via vedresti languide membra senza vita con il corpo, orribilmente sudice e ricoperto di stracci, perire dalla sporcizia del corpo, con la pelle sopra le sole ossa, dalle ulcere terribili ormai quasi sepolti dalla sporcizia. Infine la morte aveva riempito tutti i templi sacri della divinità con corpi privi di vita, e i templi dei celesti erano ovunque pieni di cadaveri, ospiti che gli addetti ai templi aveva riempito. E neppure la pietà verso gli dei né gli dei potenti erano considerati: il dolore presente prevaleva. E quel costume del seppellimento non rimaneva nella città, con cui prima questo popolo era sempre stato solito seppellire; tutto infatti era turbato e tremava, e chiunque tristemente seppelliva il suo proprio parente. E molte cose improvvise e l'orribile povertà suggerirono; infatti collocavano i loro consanguinei sopra roghi altrui costruiti con gran clamore e accendevano i fuochi, spesso litigando con molto sangue, piuttosto che abbandonare i corpi.
Inque aliis alium populum sepelire suorum certantes; lacrimis lassi luctuque redibant; inde bonam partem in lectum maerore dabantur; nec poterat quisquam reperiri, quem neque morbus nec mors nec luctus temptaret tempore tali. Praeterea iam pastor et armentarius omnis et robustus item curvi moderator aratri languebat, penitusque casa contrusa iacebant corpora paupertate et morbo dedita morti. exanimis pueris super exanimata parentum corpora non numquam posses retroque videre matribus et patribus natos super edere vitam. nec minimam partem ex agris maeror is in urbem confluxit, languens quem contulit agricolarum copia conveniens ex omni morbida parte. omnia conplebant loca tectaque quo magis aestu, confertos ita acervatim mors accumulabat. multa siti prostrata viam per proque voluta corpora silanos ad aquarum strata iacebant interclusa anima nimia ab dulcedine aquarum, multaque per populi passim loca prompta viasque languida semanimo cum corpore membra videres horrida paedore et pannis cooperta perire, corporis inluvie, pelli super ossibus una, ulceribus taetris prope iam sordeque sepulta. omnia denique sancta deum delubra replerat corporibus mors exanimis onerataque passim cuncta cadaveribus caelestum templa manebant, hospitibus loca quae complerant aedituentes. nec iam religio divom nec numina magni pendebantur enim: praesens dolor exsuperabat. nec mos ille sepulturae remanebat in urbe, quo prius hic populus semper consuerat humari; perturbatus enim totus trepidabat et unus quisque suum pro re <cognatum> maestus humabat. multaque <res> subita et paupertas horrida suasit; namque suos consanguineos aliena rogorum insuper extructa ingenti clamore locabant subdebantque faces, multo cum sanguine saepe rixantes, potius quam corpora desererentur.
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I 174 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
E alcuni popoli si gareggiavano a seppellire i morti degli altri; stanchi di lacrime e di lutto se ne tornavano; da allora gran parte cedeva al letto dal dolore; né alcuno poteva essere trovato che non fosse toccato dalla malattia, dalla morte o dal dolore in quel periodo. È l'inizio della versione di Lucrezio, De rerum natura.
Nel De rerum natura, Lucrezio descrive la peste ateniese per illustrare l'inevitabilità della morte e il crollo dei valori umani e religiosi di fronte alla sofferenza massiccia; il racconto serve al suo scopo filosofico di insegnare il distacco dalle paure irrazionali mediante la consapevolezza della natura.
Altri passi di Lucrezio già tradotti e analizzati.