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latino · Quintiliano
Quintiliano · Institutio oratoria
Quintiliano, nell'Institutio oratoria, dedica questo celebre passo alla facoltà che eleva l'uomo al di sopra degli altri animali: la ragione unita alla parola. Dio, padre e creatore del mondo, ha separato l'uomo dalle altre creature mortali soprattutto attraverso la facoltà del discorso. Gli animali superano l'uomo nella forza fisica e nell'adattamento naturale, ma mancano del linguaggio, senza il quale anche la ragione resta oscura e inutile. Il brano è un manifesto dell'umanesimo retorico quintilianeo.
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E per Ercole, quel dio sommo, padre delle cose e artefice del mondo, non separò l'uomo dagli altri animali mortali più di quanto lo abbia fatto con la facoltà del discorso. Vediamo infatti che i corpi degli animali muti sono superiori per grandezza, forza, robustezza, resistenza, velocità, e che hanno meno bisogno di aiuto acquisito dall'esterno; sanno infatti per natura stessa muoversi più velocemente, nutrirsi e attraversare le acque senza bisogno di insegnamento, molti si proteggono dal freddo con il proprio corpo e hanno armi innate e un cibo quasi sempre a portata di mano, cose per le quali gli uomini faticano molto. Ci ha dunque dato la ragione come dono principale e ha voluto che fossimo partecipi di essa insieme agli dèi immortali. Ma la ragione stessa non ci gioverebbe tanto e non sarebbe tanto manifesta in noi se non potessimo anche esprimere con la parola ciò che concepiamo nella mente: e vediamo che questo manca agli altri animali più che l'intelletto e una certa capacità di pensiero. Ammorbidire i giacigli, costruire nidi, allevare ed escludere i piccoli, e anche conservare il cibo per l'inverno, compiere lavori per noi inimitabili (come la cera e il miele) è forse qualcosa che richiede una certa ragione; ma, poiché quelli che lo fanno sono privi di linguaggio, vengono chiamati muti e irrazionali.
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
nullo magis … quam
→ non … più di quanto … con la facoltà del discorso
«nullo magis … quam» è una costruzione comparativa che esprime il grado massimo della distinzione: «per nessun mezzo più che per la parola». «Nullo» è ablativo di mezzo.
Compare nel periodo 1.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
nos socios esse
→ che noi fossimo partecipi
«nos socios esse» è una proposizione infinitiva dipendente da «voluit»: il soggetto dell'infinito è all'accusativo («nos»), il predicativo «socios» concorda con esso.
Compare nel periodo 4.
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iuvaret … esset … nisi … possemus
→ non gioverebbe … né sarebbe … se non potessimo
«neque iuvaret neque esset … nisi … possemus» è un periodo ipotetico dell'irrealtà con congiuntivi imperfetti in entrambe le proposizioni, indicando una condizione contraria al fatto.
Compare nel periodo 5.
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quia carent sermone
→ poiché sono privi del linguaggio
«quia carent sermone» è una causale all'indicativo che indica una causa presentata come oggettiva e reale. Il verbo «carere» regge l'ablativo «sermone».
Compare nel periodo 8.
Scheda completa: Proposizione causale con quiaNell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Et hercule deus ille princeps, parens rerum fabricatorque mundi, nullo magis hominem separavit a ceteris, quae quidem mortalia essent, animalibus quam dicendi facultate. Nam corpora quidem magnitudine viribus firmitate patientia velocitate praestantiora in illis mutis videmus, eadem minus egere adquisitae extrinsecus opis; nam et ingredi citius et pasci et tranare aquas citra docentem natura ipsa sciunt, et pleraque contra frigus ex suo corpore vestiuntur et arma iis ingenita quaedam et ex obvio fere victus, circa quae omnia multus hominibus labor est. Rationem igitur nobis praecipuam dedit eiusque nos socios esse cum dis immortalibus voluit. Sed ipsa ratio neque tam nos iuvaret neque tam esset in nobis manifesta nisi quae concepimus mente etiam eloquendo possemus: quod magis deesse ceteris animalibus quam intellectum et cogitationem quandam videmus. Nam et mollire cubilia et nidos texere et educare fetus et excludere, quin etiam reponere in hiemem alimenta, opera quaedam nobis inimitabilia (qualia sunt cerarum ac mellis) efficere nonnullius fortasse rationis est; sed, quia carent sermone quae id faciunt, muta atque inrationalia vocantur.
E per Ercole, quel dio sommo, padre delle cose e artefice del mondo, non separò l'uomo dagli altri animali mortali più di quanto lo abbia fatto con la facoltà del discorso.
Vediamo infatti che i corpi degli animali muti sono superiori per grandezza, forza, robustezza, resistenza, velocità, e che hanno meno bisogno di aiuto acquisito dall'esterno;
sanno infatti per natura stessa muoversi più velocemente, nutrirsi e attraversare le acque senza bisogno di insegnamento, molti si proteggono dal freddo con il proprio corpo e hanno armi innate e un cibo quasi sempre a portata di mano, cose per le quali gli uomini faticano molto.
Ci ha dunque dato la ragione come dono principale e ha voluto che fossimo partecipi di essa insieme agli dèi immortali.
Ma la ragione stessa non ci gioverebbe tanto e non sarebbe tanto manifesta in noi se non potessimo anche esprimere con la parola ciò che concepiamo nella mente:
e vediamo che questo manca agli altri animali più che l'intelletto e una certa capacità di pensiero.
Ammorbidire i giacigli, costruire nidi, allevare ed escludere i piccoli, e anche conservare il cibo per l'inverno, compiere lavori per noi inimitabili (come la cera e il miele) è forse qualcosa che richiede una certa ragione;
ma, poiché quelli che lo fanno sono privi di linguaggio, vengono chiamati muti e irrazionali.
133 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
La frase si traduce: «E per Ercole, quel dio sommo, padre delle cose e artefice del mondo». Quintiliano nell'Institutio oratoria apre con un'invocazione solenne per sottolineare l'origine divina della facoltà oratoria dell'uomo.
Nell'Institutio oratoria Quintiliano riconosce che le bestie superano l'uomo in grandezza, forza, resistenza, velocità e hanno meno bisogno di aiuto esterno. Sanno muoversi, nutrirsi, nuotare e ripararsi dal freddo per istinto naturale. Ma questa superiorità fisica è compensata dal dono della parola.
Quintiliano sostiene che la ragione da sola non basterebbe e non sarebbe manifesta in noi se non potessimo esprimere con le parole ciò che concepiamo nella mente. Gli animali forse possiedono una forma di ragione, ma poiché sono privi del linguaggio vengono chiamati muti e irrazionali.
Lo stesso passo (La ragione e la parola distinguono l'uomo dagli animali) lo trovi qui: