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latino · Quintiliano
Quintiliano · Institutio oratoria
Quintiliano (35 circa–96 d.C.) fu il più grande teorico dell'educazione retorica del mondo romano. In questo passo dell'Institutio oratoria l'autore esalta il potere della parola eloquente: attraverso esempi storici (Appio Cieco, Cicerone) e riflessioni sulla nascita della civiltà, dimostra che l'oratoria non è ornamento ma forza fondatrice della vita politica e morale. La chiusura è un'apologetica bilanciata: la retorica, come le armi, può servire bene o male, ma non per questo è da condannare.
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Forse dunque si negherà che quel famoso Appio Cieco abbia interrotto con le forze dell'oratoria la pace vergognosa con Pirro? O forse la divina eloquenza di Marco Tullio non fu favorevole al popolo contro le leggi agrarie e non spezzò l'audacia di Catilina e non meritò le supplicationes, che vengono concesse come massimo onore ai generali vincitori in guerra, vestendo la toga? Non è forse vero che l'oratoria richiama frequentemente dalla paura gli animi atterriti dei soldati e persuade coloro che affrontano tanti pericoli del combattimento che la gloria vale più della vita? E in verità gli Spartani e gli Ateniesi mi commuoverebbero meno del popolo romano, presso cui agli oratori spettò sempre la massima dignità. Io ritengo che neppure i fondatori di città avrebbero altrimenti ottenuto che quella massa errante si riunisse in popoli se non mossa da una voce dotta, né che i fondatori delle leggi avrebbero ottenuto senza la grandissima forza dell'eloquenza che gli uomini stessi si vincolassero alla servitù del diritto. Anzi gli stessi precetti di vita, anche se sono onesti per natura, hanno tuttavia più valore nel formare le menti ogni volta che la chiarezza dell'eloquenza illumina la bellezza delle cose. Perciò, anche se le armi dell'eloquenza hanno valore in entrambe le direzioni, non è tuttavia giusto che sia considerato un male ciò di cui è possibile fare buon uso.
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
deformem … pacem … diremisse
→ che Appio abbia interrotto la pace vergognosa
'Deformem … pacem … diremisse' è un accusativo con infinito perfetto attivo dipendente da 'negabitur'; 'Appius' è il soggetto dell'infinito.
Compare nel periodo 1 · 2 volte in questo passo.
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qui … datur
→ che vengono concesse ai generali vincitori
'Qui … datur' è una relativa che specifica il valore delle supplicationes: erano concesse esclusivamente ai generali vincitori in guerra.
Compare nel periodo 2 · 2 volte in questo passo.
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effecturos fuisse
→ avrebbero ottenuto
'Effecturos fuisse' è una perifrastica attiva (participio futuro + fuisse) nell'accusativo con infinito dipendente da 'reor': esprime un'azione futura nel passato.
Compare nel periodo 5.
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ad formandas mentes
→ nel formare le menti
'Ad formandas mentes' è una costruzione gerundivale che esprime finalità: la retorica vale di più nell'azione di formare le menti.
Compare nel periodo 6.
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quo … uti licet
→ di cui è possibile fare buon uso
'Quo bene uti licet' è una relativa in cui 'quo' ha valore strumentale (ablativo del pronome relativo): introduce la condizione per cui qualcosa non va giudicato male.
Compare nel periodo 7.
Scheda completa: Proposizione relativa con valore strumentaleNell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Num igitur negabitur deformem Pyrrhi pacem Caecus ille Appius dicendi viribus diremisse? Aut non divina M. Tulli eloquentia et contra leges agrarias popularis fuit et Catilinae fregit audaciam et supplicationes, qui maximus honor victoribus bello ducibus datur, in toga meruit? Nonne perterritos militum animos frequenter a metu revocat oratio et tot pugnandi pericula ineuntibus laudem vita potiorem esse persuadet? Neque vero me Lacedaemonii atque Athenienses magis moverint quam populus Romanus, apud quem summa semper oratoribus dignitas fuit. Equidem nec urbium conditores reor aliter effecturos fuisse ut vaga illa multitudo coiret in populos nisi docta voce commota, nec legum repertores sine summa vi orandi consecutos ut se ipsi homines ad servitutem iuris adstringerent. Quin ipsa vitae praecepta, etiam si natura sunt honesta, plus tamen ad formandas mentes valent quotiens pulchritudinem rerum claritas orationis inluminat. Quare, etiam si in utramque partem valent arma facundiae, non est tamen aecum (= aequum) id haberi malum quo bene uti licet.
Forse dunque si negherà che quel famoso Appio Cieco abbia interrotto con le forze dell'oratoria la pace vergognosa con Pirro?
O forse la divina eloquenza di Marco Tullio non fu favorevole al popolo contro le leggi agrarie e non spezzò l'audacia di Catilina e non meritò le supplicationes, che vengono concesse come massimo onore ai generali vincitori in guerra, vestendo la toga?
Non è forse vero che l'oratoria richiama frequentemente dalla paura gli animi atterriti dei soldati e persuade coloro che affrontano tanti pericoli del combattimento che la gloria vale più della vita?
E in verità gli Spartani e gli Ateniesi mi commuoverebbero meno del popolo romano, presso cui agli oratori spettò sempre la massima dignità.
Io ritengo che neppure i fondatori di città avrebbero altrimenti ottenuto che quella massa errante si riunisse in popoli se non mossa da una voce dotta, né che i fondatori delle leggi avrebbero ottenuto senza la grandissima forza dell'eloquenza che gli uomini stessi si vincolassero alla servitù del diritto.
Anzi gli stessi precetti di vita, anche se sono onesti per natura, hanno tuttavia più valore nel formare le menti ogni volta che la chiarezza dell'eloquenza illumina la bellezza delle cose.
Perciò, anche se le armi dell'eloquenza hanno valore in entrambe le direzioni, non è tuttavia giusto che sia considerato un male ciò di cui è possibile fare buon uso.
138 lemmi del passo, dai più frequenti, con paradigma e traduzione.
Si traduce: 'Forse dunque si negherà che quel famoso Appio Cieco abbia interrotto con le forze dell'oratoria la pace vergognosa con Pirro?'. Quintiliano usa la domanda retorica per richiamare il celebre discorso di Appio Claudio Cieco che dissuase il senato dall'accettare le condizioni di Pirro nel 280 a.C.
Quintiliano cita Appio Claudio Cieco, che con la parola impedì la pace con Pirro, e Marco Tullio Cicerone, la cui eloquenza si oppose alle leggi agrarie, sgominò Catilina e ottenne onori militari pur essendo in toga. Cita poi la nascita stessa delle città, radunate da fondatori che usarono la voce persuasiva per unire masse erranti.
Significa: 'Non è giusto che sia considerato un male ciò di cui è possibile fare buon uso'. Quintiliano chiude con un argomento difensivo: il fatto che la retorica possa essere usata sia in bene sia in male non la rende di per sé uno strumento negativo, esattamente come le armi.
Lo stesso passo (Quintiliano esalta l'importanza della retorica) lo trovi qui: