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latino · Quintiliano
Quintiliano · Institutio oratoria
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Quintiliano, retore romano del I secolo d.C., nell'Institutio oratoria affronta il tema della formazione dei giovani oratori. In questo brano sostiene che il riposo e il gioco sono elementi essenziali della didattica, non una perdita di tempo, perché rigenerano le forze mentali e rivelano il carattere naturale dei fanciulli.
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Bisogna concedere a tutti un certo riposo, non solo perché nessuna cosa può sopportare una fatica continua, e anche quelle che mancano di senso e anima, per conservare la loro forza, vengono per così dire mantenute alternate dal riposo, ma perché lo studio dell'imparare consiste nella volontà, che non può essere costretta. Così infatti coloro che si rinnovano e si presentano freschi portano maggiori forze allo studio e un animo più acuto, il quale resisterebbe quasi per necessità alle fatiche. E non mi dispiaccia il gioco nei fanciulli, è anche questo segno di vivacità, , né possa sperare che colui che sia triste e sempre abbattuto avrà una mente eretta verso gli studi, quando in ciò soprattutto giace l'impulso naturale proprio a quelle età. Ci sia però una misura negli svaghevoli, affinché non rendano odioso lo studio se negato, né creino l'abitudine all'ozio se eccessivi. Esistono inoltre certi giochi non inutili per affinare l'ingegno dei fanciulli, quando gareggiano proponendosi reciprocamente piccole questioni di vario genere. I caratteri poi si rivelano più sinceramente durante il gioco: purché nessuna età appaia così debole che non impari subito cosa sia giusto e cosa ingiusto, e allora è massimamente da formare quando non sa fingere e cede facilissimamente ai precettori; infatti spezzi più presto di quanto correggi ciò che si è indurito nel male.
Danda est omnibus aliqua remissio, non solum quia nulla res est quae perferre possit continuum laborem, atque ea quoque quae sensu et anima carent, ut servare vim suam possint, velut quiete alterna retenduntur, sed quod studium discendi voluntate, quae cogi non potest, constat. Itaque et virium plus adferunt ad discendum renovati ac recentes et acriorem animum, qui fere necessitatibus repugnat. Nec me offenderit lusus in pueris - est et hoc signum alacritatis -, neque illum tristem semperque demissum sperare possim erectae circa studia mentis fore, cum in hoc quoque maxime naturali aetatibus illis impetu iaceat. Modus tamen sit remissionibus, ne aut odium studiorum faciant negatae aut otii consuetudinem nimiae. Sunt etiam nonnulli acuendis puerorum ingeniis non inutiles lusus, cum positis invicem cuiusque generis quaestiunculis aemulantur. Mores quoque se inter ludendum simplicius detegunt: modo nulla videatur aetas tam infirma quae non protinus quid rectum pravumque sit discat, tum vel maxime formanda cum simulandi nescia est et praecipientibus facillime cedit; frangas enim citius quam corrigas quae in pravum induruerunt.
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Bisogna concedere a tutti un certo riposo, non solo perché nessuna cosa può sopportare una fatica continua, e anche quelle che mancano di senso e anima, per conservare la loro forza, vengono per così dire mantenute alternate dal riposo, ma perché lo studio dell'imparare consiste nella volontà, che non può essere costretta. È l'inizio della versione di Quintiliano, Institutio oratoria.
Secondo Quintiliano nell'Institutio oratoria, il gioco non è contraddittorio con lo studio: manifesta la naturale vivacità dei fanciulli, rivela i loro caratteri sinceri, e alcuni giochi anche affinano l'ingegno. Soprattutto, il gioco e il riposo rigenerano le forze mentali necessarie per apprendere.
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