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latino · Seneca
Seneca · De brevitate vitae
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
In questo secondo passaggio della De brevitate vitae, Seneca contrappone la vita breve del dissipato a quella lunga del saggio. Gli uomini che vivono senza proposito, schiavi degli impulsi e dei piaceri, trovano i giorni lunghi e odiosi; la loro agitazione non li rende felici. Il filosofo critica anche i poeti che glorificano i vizi.
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La vita di coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente, temono il futuro è brevissima e piena d'ansia; quando giungono alla fine, i miseri finalmente capiscono di essere stati occupati tutto il tempo a non fare nulla. Non devi credere che costoro vivano a lungo perché talora invocano la morte: li tortura l'insensatezza con affetti incerti che li assalgono proprio nelle cose che temono; spesso desiderano la morte perché la temono. Neppure questo argomento prova che vivono a lungo, che spesso il giorno sembra loro lungo, che mentre aspettano l'ora fissata per la cena si lamentano che le ore vanno lentamente; infatti, quando gli affari li abbandonano, lasciati nell'ozio si agitano e non sanno come ordinarlo per protrarlo. Così si dedicano a qualche occupazione e tutto il tempo che sta in mezzo è gravoso, proprio come quando è stato annunziato lo spettacolo gladiatorio o un altro gioco o piacere atteso: vogliono saltare i giorni che s'interpongono. Ogni cosa sperata è lunga dilazione per loro; ma il tempo che amano è breve e precipitoso, e molto più breve per loro colpa; infatti fuggono da una cosa all'altra e non riescono a fermarsi in un solo desiderio. I loro giorni non sono lunghi, ma odiosi; mentre al contrario quanto brevi sembrano le notti che trascorrono negli abbracci di donne pubbliche o dell'ebbrezza! Da qui anche il delirio dei poeti che alimentano i misfatti umani con favole, ai quali è parso che Giove, dilettato dal piacere dell'unione, abbia raddoppiato la notte: che altro è se non accendere i nostri vizi e attribuire loro come autori gli dei, dando alla malattia l'esempio di una licenza coperta dalla divinità? Non sembrano brevissime le notti che così caro prezzo pagano? Rovinano il giorno nell'attesa della notte, la notte nel timore della luce.
Illorum brevissima ac sollicitissima aetas est qui praeteritorum obliviscuntur, praesentia neglegunt, de futuro timent: cum ad extrema venerunt, sero intellegunt miseri tam diu se dum nihil agunt occupatos fuisse. Nec est quod hoc argumento probari putes longam illos agere vitam, quia interdum mortem invocant: vexat illos imprudentia incertis affectibus et incurrentibus in ipsa quae metuunt; mortem saepe ideo optant quia timent. Illud quoque argumentum non est quod putes diu viventium, quod saepe illis longus videtur dies, quod, dum veniat condictum tempus cenae, tarde ire horas queruntur; nam si quando illos deseruerunt occupationes, in otio relicti aestuant nec quomodo id disponant ut extrahant sciunt. Itaque ad occupationem aliquam tendunt et quod interiacet omne tempus grave est, tam me hercules quam cum dies muneris gladiatorii edictus est, aut cum alicuius alterius vel spectaculi vel voluptatis exspectatur constitutum, transilire medios dies volunt. Omnis illis speratae rei longa dilatio est; at illud tempus quod amant breve est et praeceps breviusque multo, suo vitio; aliunde enim alio transfugiunt et consistere in una cupiditate non possunt. Non sunt illis longi dies, sed invisi; at contra quam exiguae noctes videntur, quas in complexu scortorum aut umo exigunt! Inde etiam poetarum furor fabulis humanos errores alentium, quibus visus est Iuppiter voluptate concubitus delenitus duplicasse noctem; quid aliud est vitia nostra incendere quam auctores illis inscribere deos et dare morbo exemplo divinitatis excusatam licentiam? Possunt istis non brevissimae videri noctes quas tam care mercantur? Diem noctis exspectatione perdunt, noctem lucis metu.
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La vita di coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente, temono il futuro è brevissima e piena d'ansia; quando giungono alla fine, i miseri finalmente capiscono di essere stati occupati tutto il tempo a non fare nulla. È l'inizio della versione di Seneca, De brevitate vitae.
Nella De brevitate vitae Seneca sostiene che non è il numero degli anni a rendere breve la vita, ma l'inconsapevolezza: chi dimentica il passato, trascura il presente e teme il futuro disperde il tempo in ansia, dissipazione e ozio tormentoso.
Altri passi di Seneca già tradotti e analizzati.