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latino · Seneca
Seneca · Epistulae morales ad lucilium
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Seneca scrive a Lucilio nel mese di dicembre, quando Roma è immersa nelle feste dei Saturnali e nella licenza concessa a tutti. Nella lettera 18 il filosofo si chiede se sia giusto adeguarsi ai costumi della folla o mantenere una condotta sobria e coerente.
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È il mese di dicembre; quando la città suda al massimo. È stato concesso pubblicamente il diritto alla sfrenatezza; tutto risuona di un enorme apparato, come se ci fosse qualche differenza tra i Saturnali e i giorni lavorativi; a tal punto non c'è differenza che non mi sembra abbia sbagliato chi disse che un tempo dicembre era un mese, ora è un anno. Se ti avessi qui, discuterei volentieri con te su cosa riterresti di dover fare, se non cambiare nulla dell'abitudine quotidiana o se, per non sembrare in disaccordo con i costumi pubblici, cenare più allegramente e deporre la toga. Infatti, ciò che non si soleva fare se non in momenti di tumulto e di tristezza per la città, noi lo abbiamo fatto per causa di piacere e di giorni festivi, cambiando il nostro abbigliamento. Se ti conosco bene, svolgendo il ruolo di arbitro, non avresti voluto che fossimo in tutto simili alla folla col berretto, né in tutto dissimili; a meno che, forse, proprio in questi giorni non si debba comandare al proprio animo di astenersi dai piaceri proprio quando tutta la folla vi si è gettata; infatti, ottiene la prova più certa della propria fermezza se non va verso ciò che è allettante e trascina al lusso, né si lascia trascinare. È molto più forte essere asciutti e sobri mentre il popolo è ubriaco e vomita, è più moderato non isolarsi, non distinguersi, non mescolarsi a tutti e fare le stesse cose ma non nello stesso modo; è infatti lecito trascorrere un giorno festivo senza sfrenatezza.
December est mensis; cum maxime civitas sudat. Ius luxuriae publice datum est; ingenti apparatu sonant omnia, tamquam quicquam inter Saturnalia intersit et dies rerum agendarum; adeo nihil interest ut non videatur mihi errasse qui dixit olim mensem Decembrem fuisse, nunc annum. Si te hic haberem, libenter tecum conferrem quid existimares esse faciendum, utrum nihil ex cotidianā consuetudine movendum an, ne dissidere videremur cum publicis moribus, et hilarius cenandum et exuendam togam. Nam quod fieri nisi in tumultu et tristi tempore civitatis non solebat, voluptatis causā ac festorum dierum vestem mutavimus. Si te bene novi, arbitri partibus functus nec per omnia nos similes esse pilleatae turbae voluisses nec per omnia dissimiles; nisi forte his maxime diebus animo imperandum est, ut tunc voluptatibus solus abstineat cum in illas omnis turba procubuit; certissimum enim argumentum firmitatis suae capit, si ad blanda et in luxuriam trahentia nec it nec abducitur. Hoc multo fortius est, ebrio ac vomitante populo siccum ac sobrium esse, illud temperantius, non excerpere se nec insignire nec misceri omnibus et eadem sed non eodem modo facere; licet enim sine luxuriā agere festum diem.
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I 121 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Erano le feste romane di dicembre dedicate a Saturno, durante le quali era permessa una grande libertà di comportamento e si allentavano le regole quotidiane.
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