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latino · Virgilio
Virgilio · Georgiche georgicon
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Nelle Georgiche di Virgilio, il poeta espone il mito secondo cui Giove deliberatamente impose la fatica all'uomo, togliendo l'abbondanza originaria della terra e creando ostacoli naturali affinché l'esperienza e il lavoro insegnassero agli uomini le arti della coltivazione. Cerere insegnò quindi l'aratro, e oggi l'agricoltore non ha mai tregua dalle erbacce e dalle calamità.
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Lo stesso padre Giove volle che il cammino della coltivazione non fosse facile, e primo insegnò con l'arte a lavorare i campi, affilando le menti dei mortali con le fatiche, e non permise che il suo regno giacesse nell'inerzia pesante. Prima di Giove nessun agricoltore sottometteva i campi; non era neppure lecito segnare o dividere il terreno con confini: tutto apparteneva a tutti, e la terra stessa, senza che nessuno la richiedesse, produceva di sua volontà più abbondantemente. Giove aggiunse il veleno maligno ai serpenti neri, ordinò ai lupi di fare preda, e mosse il mare; tolse il miele dalle foglie, allontanò il fuoco e ovunque represse i fiumi di vino che scorrevano, affinché l'esperienza continua e la riflessione facessero scaturire gradualmente le diverse arti e la terra rivelasse l'erba del grano nei solchi arati. Allora i fiumi sentirono le prime chiatte scavate; allora il navigante numerò i fasticci e i nomi delle stelle, le Pleiadi, le Iadi e il caro Orsa Maggiore della figlia di Licaone; poi fu inventato l'ingannare le fiere con il laccio e l'inganno della viscida, e circondare i grandi boschi con cani; e un altro già percuote il largo fiume con la fionda lanciata da lontano, un altro tira le reti bagnate nel mare profondo; allora la durezza del ferro e la lama acuta della sega, - perché i primi scindevano il legno divisibile con le zeppe, poi vennero le svariate arti. Il lavoro indefesso vinse ogni cosa e la necessità che incalza nelle difficoltà. Cerere insegnò per prima ai mortali a rivoltare la terra con l'aratro, quando già le ghiande e i frutti dei boschi sacri venivano meno e Dodona negava il nutrimento. Allora si aggiunse la fatica del grano, affinché la ruggine dannosa colpisse gli steli e il cardo pigro tremasse nei campi incolti; la raccolta perisce, nasce la dura silvania, e il loglio sventurato e l'avena sterile dominano tra i raccolti splendenti. Se non perseguiterai senza tregua l'erba con i rastelli continui, e non terrai lontani gli uccelli con il rumore, e non comprimerai con la falce le ombre del campo incolto, e non invocherai la pioggia con preghiere, ahimè, invano contemplerai il grande mucchio di grano altrui, e calmerai la fame nel bosco agitando la quercia.
[...] Pater ipse colendi haud facilem esse viam voluit, primusque per artem movit agros curis acuens mortalia corda nec torpere gravi passus sua regna veterno. Ante Iovem nulli subigebant arva coloni; ne signare quidem aut partiri limite campum fas erat: in medium quaerebant ipsaque tellus omnia liberius nullo poscente ferebat. Ille malum virus serpentibus addidit atris praedarique lupos iussit pontumque moveri, mellaque decussit foliis ignemque removit et passim rivis currentia vina repressit, ut varias usus meditando extunderet artis paulatim et sulcis frumenti quaereret herbam. [Ut silicis venis abstrusum excuderet ignem.] Tunc alnos primum fluvii sensere cavatas; navita tum stellis numeros et nomina fecit, Pleiadas, Hyadas, claramque Lycaonis Arcton; tum laqueis captare feras et fallere visco inventum et magnos canibus circumdare saltus; atque alius latum funda iam verberat amnem alta petens, pelagoque alius trahit humida lina; tum ferri rigor atque argutae lamina serrae, - nam primi cuneis scindebant fissile lignum tum variae venere artes. Labor omnia vicit inprobus et duris urgens in rebus egestas. Prima Ceres ferro mortalis vertere terram instituit, cum iam glandes atque arbuta sacrae deficerent silvae et victum Dodona negaret. Mox et frumentis labor additus, ut mala culmos esset robigo segnisque horreret in arvis carduus; intereunt segetes, subit aspera silva, lappaeque tribolique, interque nitentia culta infelix lolium et steriles dominantur avenae. Quod nisi et adsiduis herbam insectabere rastris, et sonitu terrebis aves, et ruris opaci falce premes umbras votisque vocaveris imbrem, heu magnum alterius frustra spectabis acervum, concussaque famem in silvis solabere quercu.
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I 194 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Lo stesso padre Giove volle che il cammino della coltivazione non fosse facile, e primo insegnò con l'arte a lavorare i campi, affilando le menti dei mortali con le fatiche, e non permise che il suo regno giacesse nell'inerzia pesante. È l'inizio della versione di Virgilio, Georgiche georgicon.
Secondo le Georgiche di Virgilio, Giove volle deliberatamente rendere la coltivazione faticosa e insegnò ai mortali le arti attraverso l'esperienza continua; la necessità spinge gli uomini all'innovazione, e il lavoro indefesso diventa lo strumento con cui l'uomo domina la natura e produce il nutrimento.
Altri passi di Virgilio già tradotti e analizzati.