Caricamento…
Caricamento…
di Curzio rufo
I passi più studiati, con la traduzione accanto. Tocca una parola e si accende la sua resa.
1
Marco Cicerone difese Gaio Popilio Lenate della regione Picena su richiesta di Marco Celio non con minor diligenza che eloquenza, e lo rimandò salvo al suo focolare domestico, sebbene fluttuasse in una causa assai dubia. Questo Popilio in seguito, non offeso da Cicerone né in fatto né in parola, spontaneamente chiese a Marco Antonio di essere inviato a perseguitare e trucidare quel proscritto, e ottenute le parti di un servizio detestabile, esultando di gioia corse a Gaeta e ordinò all'uomo, non dico di altissima dignità, certo venerando da lui privatamente, di offrire la gola; e subito amputò la testa dell'eloquenza romana e la mano chiarissima della pace per mezzo del massimo e sicuro ozio, e ritornò in città, agile come da spoglie molto ricche con questo carico: infatti al malvagio che portava il carico non ricorse in mente che portava quella testa, per la quale un tempo aveva perorazioni pro capite di lui. Le lettere sono inette a stigmatizzare questo mostro, poiché un altro Cicerone non esiste che potrebbe piangere degnamente un tale rovescio di Cicerone.
3, 3, 2, 7
L'inquietudine delle cure incombenti lo turbava anche nei sogni, quando apparivano visioni delle cose minacciose, suscitate dall'angoscia o dalla divinazione dell'animo che presagiva il futuro. 2 A Alessandro parve che l'accampamento brillasse di un grande fuoco, e poco dopo Alessandro apparisse condotto a lui stesso in quella veste che lui stesso avrebbe indossato, e quindi portato a cavallo attraverso Babilonia, poi improvvisamente lui e il cavallo gli sparissero davanti agli occhi. 3 I vati turbarono l'anima con varie interpretazioni. 4 Alcuni dicevano che fosse un sogno felice per il re, perché l'accampamento nemico era bruciato, perché Alessandro, deposta la veste reale, era stato visto in abito persiano e volgare condotto verso se stesso; altri no: infatti prevedevano che i luminosi accampamenti macedoni, visti in splendore dal fuoco, gli portassero presagio che avrebbe occupato il regno dell'Asia, fatto non ambiguo, poiché Dario era stato in quella stessa veste quando era stato proclamato re. 5 Pure gli antichi presagi, come solito accade, l'inquietudine aveva richiamato alla memoria. 6 Infatti ricordavano che Dario all'inizio del suo regno aveva ordinato che il fodero della scimitarra persiana fosse mutato nella forma che i Greci usavano, e che subito i Caldei avevano interpretato che l'imperio dei Persiani sarebbe passato a coloro di cui avesse imitato le armi.
3, 9, 7, 9
Alessandro pose in prima linea la falange, che presso i Macedoni era la più potente formazione bellica. Il corno destro era protetto da Nicanore, figlio di Parmenione: vicino a lui stavano Coeno, Perdicca, Meleagro, Tolomeo e Aminta, ognuno a capo del proprio contingente. Sulla sinistra, che si estendeva verso il mare, erano Cratero e Parmenione, ma Cratero era stato ordinato di obbedire a Parmenione. La cavalleria era disposta da entrambi i lati: i Macedoni insieme ai Tessali proteggevano il corno destro, i Peloponnesiaci quello sinistro. Davanti a questa linea aveva piazzato uno stormo di frombolatori; anche i Traci e i Cretesi avanzavano davanti alle truppe, leggeri di armatura. Agli uomini che Dario aveva mandato in avanscoperta a occupare il giogo del monte, Alessandro oppose gli Agriani.
3, 12
E ormai, resi gli onori dovuti ai corpi dei defunti, manda avanti alcuni presso le prigioniere, affinché annunciassero che egli stesso stava arrivando, e, trattenuta la folla di chi lo accompagnava, entra nella tenda insieme a Efestione. Costui era di gran lunga il più caro al re fra tutti gli amici, cresciuto insieme a lui, confidente di tutti i suoi segreti; Nessun altro aveva maggiore libertà di ammonirlo, la quale tuttavia esercitava in modo tale da sembrare piuttosto concessa dal re che rivendicata da lui: E come era pari al re per età, così lo superava per portamento fisico. Perciò le regine, ritenendo che egli fosse il re, lo venerarono secondo il loro costume. Poi, mentre alcuni eunuchi prigionieri indicavano chi fosse Alessandro, Sisigambi si gettò ai suoi piedi, scusando l'ignoranza di non aver mai visto prima il re. Il re, sollevandola con la mano, disse: «Non ti sei sbagliata, madre, poiché anche questi è Alessandro».
4, 7, 25, 30
In quel momento il sacerdote più anziano, avvicinatosi al re, lo saluta chiamandolo figlio, affermando che questo nome gli era stato conferito dal padre Giove. Lui invece dice che accetta e riconosce effettivamente questo titolo, dimentico della sorte umana. Consulta poi se il comando di tutto il mondo gli fosse destinato dal fato; l'indovino, conformato all'adulazione, gli mostra che sarà il signore di tutte le terre. Dopo questo insiste nel chiedere se tutti gli uccisori di suo padre avessero già pagato le pene. Il sacerdote dice che suo padre non poteva essere offeso da nessun crimine, ma che tutti gli assassini di Filippo avevano già scontato le loro pene; aggiunge che sarà invitto finché non si congederà per raggiungere gli dei. Dopo il sacrificio, donò doni ai sacerdoti e al dio, e permise ai suoi amici di consultare anche loro Giove. Non chiedevano altro se non se fosse giusto che Alessandro celebrasse il proprio re con onori divini. L'indovino risponde che ciò sarà gradito a Giove. Se uno lo valutasse con vera e sana valutazione, le risposte dell'oracolo avrebbero potuto sembrare veramente vane; ma la fortuna rende per la maggior parte avidi di gloria piuttosto che capaci coloro a cui ha costretto a credere solo in sé. Dunque Alessandro non solo tollerò di essere chiamato figlio di Giove, ma lo ordinò, e mentre vuol accrescere la fama delle sue gesta con tale titolo, corrotte la rovina.
4, 14, 22, 26
«[...] Siamo giunti all'estremo. Mia madre, le due figlie, Oco, generato nella speranza di questo imperio, i principi, quella prole della stirpe regia, i vostri comandanti li tiene incatenati come rei: se non fosse per voi, io stesso sono prigioniero nella maggior parte di me. Strappate le mie viscere dalle catene, restituitemi i pegni per i quali voi stessi non rifiutate di morire, il genitore, i figli; infatti la sposa l'ho persa in quel carcere. Credete ora che tutti costoro tendono le mani verso di voi, implorando gli dèi paterni, il vostro aiuto, la compassione, la lealtà, affinché li liberiate da ceppi, da schiavitù, da una vita mendicata. O credete che servano volentieri coloro di cui i re si rifiutano di essere? Vedo schierarsi l'esercito nemico, ma quanto più mi avvicino al pericolo, tanto meno posso contentarmi di ciò che ho detto. Per gli dèi paterni vi scongiuro, e per l'eterno fuoco che arde sugli altari, e per lo splendore del Sole che sorge entro i confini del mio regno, per l'eterna memoria di Ciro, che primo portò in Persia l'imperio tolto ai Medi e ai Lidi, vendicatechio il sommo disonore il nome e la gente persiana. Andate con entusiasmo e spiriti pieni, affinché la gloria che riceveste dai vostri antenati la lasciate ai posteri. Nelle vostre destre portate già la libertà, l'aiuto, la speranza del tempo futuro. Sfugge la morte chiunque la disprezzi; il più pavido sempre la raggiunge. Io stesso viaggio non solo al modo dei padri, ma anche perché sia visibile su un carro, né rifiuto che m'imitiate, sia che io sia esempio di coraggio o di viltà.»
9, 6, 19, 22
Potevo accontentarmi delle ricchezze paterne e aspettare entro i confini della Macedonia una vecchiaia ignobile e oscura fra il riposo del corpo, anche se nemmeno i pigri si fissano il destino, ma considerano la lunga vita il solo bene e spesso la morte acerba li coglie. Ma io, che conto non gli anni miei, ma le vittorie, se valuto bene i doni della fortuna, ho vivuto a lungo. Iniziato dalla Macedonia, tengo l'imperio della Grecia, ho sottomesso la Tracia e gli Illiri, il popolo dei Triballi e dei Medi non mi ubbidisce; possiedo l'Asia, lavata dall'Ellesponto e dal Mar Rosso. E ormai non sono lontano dal fine del mondo, e stabilito di varcarlo, ho deciso di scoprire un'altra natura e un'altro mondo. Dall'Asia nei confini dell'Europa passai nel momento di un'ora. Vincitore di entrambe le regioni, al nono anno del mio regno, al ventottesimo della mia vita, vi pare che io possa smettere di coltivare la gloria, cui mi son dedicato unicamente? Io davvero non mancherò e, dovunque combatterò, crederò di stare nel teatro della terra intera. Darò nobiltà ai luoghi ignobili, aprirò a tutte le genti le terre che la natura aveva tenute lontane. In questi lavori è bello per me, se la sorte così dispone, spegnermi. Sono di una stirpe tale che devo preferire una vita più illustre che lunga.
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