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latino · Plinio il giovane
Plinio il giovane · Epistularum libri decem
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Plinio il Giovane narra a Tacito le circostanze della morte del suo illustre zio, Plinio il Vecchio, durante l'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. La lettera descrive con precisione scientifica l'apparenza della nube vulcanica e l'evento che trascinò lo scrittore verso l'avventura fatale.
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Gaio Plinio al suo caro Tacito. Mi chiedi di raccontarti la morte di mio zio, affinché tu possa trasmetterla più fedelmente ai posteri. Te ne ringrazio; vedo infatti che se la sua morte sarà celebrata da te, le è proposta un'immortalità gloriosa. Sebbene infatti il calamitoso evento delle più belle terre, per il quale popoli e città sono periti con una fine memorabile quasi sempre destinati alla rovina, e sebbene lui stesso abbia fondato molte opere che dureranno, tuttavia l'eternità dei tuoi scritti aggiungerà molto alla sua perpetuità. Ritengo felici coloro ai quali il favore degli dei ha concesso di fare cose degne di essere scritte o di scrivere cose degne di essere lette, ma felicissimi coloro ai quali è concesso fare l'una e l'altra cosa. Mio zio sarà nel numero di questi, sia per i suoi libri sia per i tuoi. Perciò accetto più volentieri e persino domando ciò che mi incarichi. Era a Miseno e comandava la flotta come prefetto. Il nono giorno prima delle calende di settembre, intorno all'ora settima, mia madre gli indica che appare una nube di insolita grandezza e aspetto. La nube, incerto da dove provenisse per chi la osservava da lontano, quale monte, si conobbe poi che era il Vesuvio, sorgeva, la cui forma e somiglianza nessun'altra cosa l'avrebbe espressa meglio che un pino. Sollevata infatti in alto da un tronco lunghissimo come in un'estensione ramificata da alcuni rami, credo perché portata in alto da un soffio fresco, poi, venendo meno questo e fiaccando anche dal suo proprio peso, si dissolveva in larghezza, bianca talora, talora sporca e screziata secondo che trasportava terra o cenere.
C. Plinius Tacituo suo s. Petis ut tibi avunculi mei exitum scribam, quo verius tradere posteris possis. Gratias ago; nam video morti eius si celebretur a te immortalem gloriam esse propositam. Quamvis enim pulcherrimarum clade terrarum, ut populi ut urbes memorabili casu quasi semper victurus occiderit, quamvis ipse plurima opera et mansura condiderit, multum tamen perpetuitati eius scriptorum tuorum aeternitas addet. Equidem beatos puto, quibus deorum munere datum est aut facere scribenda aut scribere legenda, beatissimos vero quibus utrumque. Horum in numero avunculus meus et suis libris et tuis erit. Quo libentius suscipio, deposco etiam quod iniungis. Erat Miseni classemque imperio praesens regebat. Nonum kal. Septembres hora fere septima mater mea indicat ei adparere nubem inusitata et magnitudine et specie. Nubes — incertum procul intuentibus ex quo monte, Vesuvium fuisse postea cognitum est — oriebatur, cuius similitudinem et formam non alia magis arbor quam pinus expresserit. Nam longissimo velut trunco elata in altum quibusdam ramis diffundebatur, credo quia recenti spiritu evecta, dein senescente eo destituta aut etiam pondere suo victa in latitudinem vanescebat, candida interdum, interdum sordida et maculosa prout terram cineremve sustulerat.
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I 138 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Gaio Plinio al suo caro Tacito. È l'inizio della versione di Plinio il giovane, Epistularum libri decem.
In questa lettera delle Epistulae, Plinio il Vecchio era a Miseno dove comandava come prefetto la flotta romana, quando la madre lo avvertì della comparsa della straordinaria nube del Vesuvio.
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