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di Polieno
I passi più studiati, con la traduzione accanto. Tocca una parola e si accende la sua resa.
1, 36
I Lacedemoni devastavano l'Attica. Pericle inviò triremi ateniesi, che avrebbero devastato le coste della Laconia, affinché ai nemici toccasse subire più che infliggere danno. Pericle, essendo ricco, possedeva molta terra. Archidamo, essendo a lui amico carissimo e prosseno, invadeva l'Attica per devastarla. Pericle, prevedendo che Archidamo, onorando la prossenia, si sarebbe astenuto dai suoi campi affinché non diventasse sospetto agli Ateniesi, anticipando la devastazione si presentò all'assemblea e donò alla città tutta la terra che possedeva.
1, 38
Brasida era assediato presso Anfiapoli su una collina ripida mentre i nemici premevano lanciando il cerchio intorno. Gli assedianti infatti, temendo che fuggisse di notte, lo circondavano con muri di pietre e costruivano mura alte. I Lacedemoni protestarono perché non li conduceva in battaglia, ma circondati da muri sarebbero stati presi ignominiosamente dalla fame; Brasida stesso disse che conosce il momento opportuno per combattere. Quando gran parte della collina era stata circondata da muri, restava scoperta una zona pari a circa un pleto, ordinò ai suoi di marciare verso questa uscita: era quello il momento giusto. Subito si lanciarono e, uccidendo molti nemici, si salvarono; infatti la mancanza di spazio, pur essendo loro inferiori di numero, non li danneggiò, e l'opera di fortificazione li aiutò impedendo ai nemici di accerchiarli alle spalle, cosicché la barriera dei nemici rese inutile la loro superiorità numerica e l'uscita divenne più sicura per i Lacedemoni.
1, 46
Agide, mentre i Peloponnesiaci guerreggiavano contro gli Spartani, volendo spaventare i nemici, mandò disertori che annunziassero come un grande alleanza nella notte imminente verrebbe in aiuto degli Spartani. Tenne le bestie ferme per tutto il giorno, ma a inizio di notte le sciolse, così che gli animali affamati, liberati dalle catene, ricercando erba e pascolo, saltavano qua e là, nitrivan forte e levavano grande rumore, mentre le gole dei monti echeggiavano con loro insieme. Ordinò poi ai soldati di spargersi qua e là e accendere doppi e tripli fuochi. I Peloponnesiaci, ingannati dalla moltitudine dei gridi e dalla grandezza del fuoco, come se fosse giunto grande rinforzo, subito fuggirono via.
2, 1
Agesilao si trovava di fronte agli Spartani e ai Tebani, con un fiume in mezzo che li divideva, vedendo gli Spartani ansiosi di attraversare l'Eurota, temendo che i Tebani fossero superiori di numero insieme agli alleati, mandò persone che facessero circolare una voce, secondo cui un oracolo diceva che coloro che attraversassero per primi il fiume sarebbero stati sconfitti. Così fermò gli Spartani, e lasciato pochi alleati vicino al fiume con l'ordine di fuggire al massimo della velocità quando i Tebani avessero attraversato, nascose altri uomini in agguato nei luoghi cavi, mentre lui stesso condusse i soldati in un luogo forte e boscoso e li dispose in posizione. I Tebani, vedendo che i pochi presso il fiume erano numericamente deboli, preso coraggio attraversarono, li inseguirono in fuga, caddero nell'agguato e furono uccisi seicento.
2, 3
Epaminonda, poiché i Tessali erano schierati di fronte presso il ponte dello Sperchio, vedendo che dal fiume, verso l'alba, si levava una nebbia densa e profonda, ordinò a ciascun reparto di portare due fascine di legna, l'una verde, l'altra secca, e che verso mezzanotte, disposta quella secca sotto e quella verde sopra, le dessero fuoco. Insieme c'erano notte, nebbia e fumo. L'aria era invisibile ai nemici, ed Epaminonda fece attraversare il ponte ai soldati. I Tessali invece, che si trovavano in mezzo alla pianura, quando il fumo insieme alla nebbia si dissolse, si accorsero del passaggio dei nemici.
4, 3
Alessandro il re conduceva l'esercito d'estate lungo un fiume, mentre i nemici stavano vicini. Vedendo i soldati assetati e che guardavano fissi il corso del fiume, affinché non si disgregassero le file bevendo né interrompessero il ritmo della marcia, ordinò al banditore di dire «Ci allontaniamo dal fiume: ha un'acqua mortale». Costoro allora spaventati se ne allontanarono e accelerarono la marcia, Alessandro invece, dopo aver percorso molta strada e liberatosi dai nemici, lui stesso insieme agli ufficiali bevve chiaramente dal fiume. I soldati allora risero e, compresa la causa dell'inganno, tutti si dissetarono tranquilli dal fiume.
7, 11
Dario, quando marciò contro gli Sciti, non fu capace né di catturarli né di trovare scuse per il ritorno. Riflettendo sulla fuga, pensò a come sfuggire agli Sciti: lasciò il campo così com'era stare sul posto - c'erano molti feriti, asini, muli, cani - ma ordinò di accendere molti fuochi durante la notte. Gli Sciti, vedendo questo, udendo il tumulto degli animali e vedendo le tende intatte, credevano che i Persiani fossero ancora presenti. Ma egli era fuggito da molto tempo prima. Gli Sciti, quando seppero della fuga, tentarono di inseguire, ma non potevano più raggiungerlo.
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