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latino · Seneca
Seneca · De vita beata
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Nel De vita beata, Seneca riconosce che il sapiente vero rimane ancora imperfetto nel gestire i beni materiali. Confessando i suoi difetti nella pratica della virtù stoica, il filosofo dimostra che la ricerca della saggezza è un processo graduale e che la perfezione morale è un ideale verso cui tendere, non un risultato già conseguito.
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Se quindi qualcuno di quelli che calunniano la filosofia come solito fare dicesse: «Perché allora parli con maggior forza di quanto vivi? Perché anche abbassate le parole al livello superiore e considerate il denaro uno strumento a te necessario e sei mosso dal danno e versi lacrime all'udire della morte della moglie o di un amico e riguardi la fama e sei toccato dalle maligne dicerie? Perché il tuo podere è più curato di quanto l'uso naturale desideri? Perché non ceni secondo il tuo insegnamento? Perché hai mobili più raffinati? Perché presso di te si beve vino più vecchio dell'età tua? Perché si dispone l'oro? Perché si piantano alberi che non daranno altro che ombra? Perché la tua moglie porta il censo di una casa ricca al collo? Perché il pedagogo è cinto di veste preziosa? Perché presso di te è arte il servire e non disordinatamente e come piace si colloca l'argento, ma con perizia si ordina e c'è qualcuno incaricato di tagliare il cibo?». Aggiungi pure, se vuoi: «Perché possiedi terre al di là del mare? Perché più di quanto conosci? Perché sei così miseramente negligente da non conoscere neppure i pochi schiavi, oppure così lussureggiante da averne più di quanti la memoria della conoscenza possa bastare?». Affronterò in seguito le vostre accuse e mi attribuirai più di quanto pensi; ora ti rispondo così: non sono sapiente e, affinché alimenti la tua malevolenza, neppure lo sarò. Esigi dunque da me, non di essere pari ai migliori, ma di essere migliore dei cattivi: questo mi basta, togliere ogni giorno qualcosa dai miei vizi e riprendere i miei errori. Non sono giunto alla sanità, e neppure giungerò; compongo piuttosto calmanti che rimedi alla mia gotta, contentissimo se capita di rado e se mi tormenta meno: paragonato ai vostri piedi, sono un corridore, benché deboli. Io non parlo per me (infatti mi trovo nel profondo di tutti i vizi), ma per colui che ha compiuto qualcosa.
Si quis itaque ex istis qui philosophiam conlatrant quod solent dixerit: "Quare ergo tu fortius loqueris quam uiuis? Quare et superiori uerba summittis et pecuniam necessarium tibi instrumentum existimas et damno moueris et lacrimas audita coniugis aut amici morte demittis et respicis famam et malignis sermonibus tangeris? Quare cultius rus tibi est quam naturalis usus desiderat? Cur non ad praescriptum tuum cenas? Cur tibi nitidior supellex est? Cur apud te uinum aetate tua uetustius bibitur? Cur aurum disponitur? Cur arbores nihil praeter umbram daturae conseruntur? Quare uxor tua locupletis domus censum auribus gerit? Quare paedagogium pretiosa ueste succingitur? Quare ars est apud te ministrare nec temere et ut libet conlocatur argentum sed perite struitur et est aliquis scindendi obsonii magister?". Adice si uis: "Cur trans mare possides? Cur plura quam nosti? <Cur> turpiter aut tam neglegens es ut non noueris pauculos seruos aut tam luxuriosus ut plures habeas quam quorum notitiae memoria sufficiat?". Adiuuabo postmodo conuicia et plura mihi quam putas obiciam, nunc hoc respondeo tibi: non sum sapiens et, ut maliuolentiam tuam pascam, nec ero. Exige itaque a me, non ut optimis par sim, sed ut malis melior: hoc mihi satis est, cotidie aliquid ex uitiis meis demere et errores meos obiurgare. Non perueni ad sanitatem, ne perueniam quidem; delenimenta magis quam remedia podagrae meae compono, contentus si rarius accedit et si minus uerminatur: uestris quidem pedibus comparatus, debiles, cursor sum. Haec non pro me loquor ( ego enim in alto uitiorum omnium sum) sed pro illo cui aliquid acti est.
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Se quindi qualcuno di quelli che calunniano la filosofia come solito fare dicesse: «Perché allora parli con maggior forza di quanto vivi? È l'inizio della versione di Seneca, De vita beata.
Nel De vita beata, Seneca ammette candidamente di vivere in contraddizione con gli insegnamenti stoici: possiede ricchezze, comodità e lussi che la sua filosofia dovrebbe rifiutare, ma sostiene che il progresso verso la virtù è graduale e che l'importante è migliorare ogni giorno, non raggiungere subito la perfezione.
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