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latino · Svetonio
Svetonio · De vita caesarum
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Nel terzo brano Svetonio elogia la clemenza di Tito verso i cospiratori e soprattutto verso suo fratello Domiziano, mostrando come l'imperatore rifiutasse la strada della violenza dittatoriale. Tito sceglie di perdonare chi minaccia il suo potere, confidando nella virtù della misericordia.
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Affermò di accettare il pontificato massimo per mantenere le mani pure e la fedeltà ai giuramenti, e che non sarebbe stato l'autore né il complice di alcuna morte successiva, benché talora avesse motivi di vendetta, anzi giurò che preferirebbe perire piuttosto che perdere altri. Due uomini di stirpe patrizia, colti a cospirazione per il potere, li ammonì soltanto a desistere, mostrando loro che il principato era dato dal fato, e se desideravano altro, promise che l'avrebbe concesso; e subito mandò un corriere alla madre dell'altro, che era lontana, per assicurarle che il figlio era salvo; invece non solo li invitò a cena insieme a lui, ma il giorno dopo nello spettacolo dei gladiatori li fece sedere appositamente vicino a sé e, come per provare la loro fiducia, offrì loro le spade tolte ai combattenti. Si racconta anche che, conosciuto il carattere di entrambi, affermò che un pericolo incombeva a tutti e due, ma di diversa provenienza; il che accadde poi. Suo fratello, che non smetteva di cospirare contro di lui e quasi deliberatamente sollecitava gli eserciti, meditava la fuga, non poté né uccidere né scacciare né nemmeno trattare con minore onore, ma, come dal primo giorno del suo principato, persistette nel riconoscerlo come consorte e successore, talora pregando in segreto e piangendo affinché almeno ricambiasse il suo sentimento benevolo.
Pontificatum maximum ideo se professus accipere ut puras servaret manus, fidem praestitis, nec auctorem posthac cuiusquam necis nec conscius, quamvis interdum ulciscenti causa non deesset, sed periturum se potius quam perditurum adiurans. Duos patricii generis convicto in adfectationem imperii, nihil amplius quam ut desisteret monuit, docens principatum fato dati, si quid praeterea desiderarent, promitteres se tributurum; et confestim quidem at alterius matrem, quae procul aberat, cursore suos misit, qui anxiae salvum filium nuntiarent; ceterum ipsos non solum familiari cenae adhibuit, sed et insequenti die gladiatorum spectaculo circa se ex industria conlocatis ablata sibi ferramenta pugnantium inspicienda porrexit. Dicitur etiam cognita utriusque genitura imminere ambobus periculum adfirmasse, verum quandoque et ab alio; sicut evenit. Fratrem insidiari sibi non desinentem, sed paene ex professo sollicitantem exercitus, meditantem fugam, neque occidere neque seponere ac ne in minore quidem honore habere sustinuit, sed, ut a primo imperii die, consorte successoremque testari perseveravit, nonnumquam secreto precibus et lacrimis orans, ut tandem mutuo erga se animo vellet esse.
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I 134 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Affermò di accettare il pontificato massimo per mantenere le mani pure e la fedeltà ai giuramenti, e che non sarebbe stato l'autore né il complice di alcuna morte successiva, benché talora avesse motivi di vendetta, anzi giurò che preferirebbe perire piuttosto che perdere altri. È l'inizio della versione di Svetonio, De vita caesarum.
Secondo Svetonio, benché Domiziano non smettesse di cospirare e sollecitasse gli eserciti, Tito non riuscì a ucciderlo né a scacciarlo, ma lo mantenne come consorte e successore, pregando talora segretamente che almeno ricambiasse il suo amore.
Altri passi di Svetonio già tradotti e analizzati.