Caricamento…
Caricamento…
di Svetonio
I passi più studiati, con la traduzione accanto. Tocca una parola e si accende la sua resa.
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Infatti, come offeso dalla bruttezza dei vecchi edifici e dall'angustia e dalle tortuosità delle strade, incendiò la città così apertamente, che molti senatori non toccarono neppure i servi della sua camera scoperti con stoppa e fiaccole nelle loro proprietà, e alcuni magazzini intorno alla Casa d'Oro, lo spazio dei quali desiderava fortemente, furono indeboliti e incendiati con macchine belliche, perché erano costruiti con muro di pietra. Per sei giorni e sette notti il flagello continuò, con il popolo spinto nei rifugi tra i monumenti e le tombe. Allora, oltre al numero immenso di insulae, bruciarono le case degli antichi duchi, ancora ornate di spoglie nemiche, e i templi degli dèi votati e dedicati dai re e poi durante le guerre puniche e galliche, e tutto ciò che era rimasto dall'antichità degno di essere visto e memorabile. Contemplando questo incendio dalla torre di Mecenate e rallegrandosi della «bellezza» delle «fiamme», come diceva, cantò la presa di Ilio nel suo costume teatrale. E perché non ne traesse anche da qui il massimo bottino e i guadagni di guerra, promettendo il trasporto gratuito dei cadaveri e delle macerie, non permise a nessuno di accedere ai resti delle loro cose, e non solo non accettò le contribuzioni, ma addirittura le estorse dalle province e dai patrimoni privati fino ad esaurirli quasi completamente.
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Raggiunti i sedici anni perse il padre; nei consolati successivi fu designato flamen Dialis, dopo aver ripudiato Cossutia, che da pretestato era stata promessa a lui benché di famiglia equestre ma straordinariamente ricca, e sposò Cornelia, figlia del quadruplice console Cinna, dalla quale subito gli nacque Giulia; in nessun modo poté essere costretto dal dittatore Silla a ripudiarla. Perciò fu multato sia del sacerdozio sia della dote della moglie sia delle eredità gentilizie, ed era considerato di parte opposta, così che dovette allontanarsi di mezzo e, benché aggravato dal male ricorrente della febbre quartana, presso che ogni notte dover cambiare nascondiglio e riscattarsi dai ricercatori con denaro, finché per mezzo delle vergini Vestali e di Mamerca Emilio e di Aurelio Cotta, parenti e alleati, ottenne il perdono. È ben noto che Silla, dopo aver lungo tempo negato agli amici che lo supplicavano e che erano personalità assai rispettabili, e mentre costoro insistevano ostinatamente, infine vinto esclamò, o ispirato da un dio o da qualche presentimento: «Vincano e me lo tengano, purché sappiano che colui che tanto desiderano incolume sarà un giorno la rovina della parte degli ottimati che insieme a me hanno difeso; infatti in Cesare vi sono molti Marî».
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Fece i suoi primi servizi militari in Asia nel seguito del pretore Marco Termo; da costui fu mandato per requisire una flotta in Bitinia e si fermò presso Nicomede non senza maldicenze sulla castità barattata con il re; il pettegolezzo aumentò quando pochi giorni dopo tornò di nuovo in Bitinia con il pretesto di esigere un debito dovuto a un suo liberto cliente. Il resto della sua carriera militare ebbe migliore fama e da Termo fu premiato della corona civica nella presa di Mitilene.
1, 8
Dunque, partendo prima del tempo, si avvicinò alle colonie latine che si agitavano per richiedere la cittadinanza, e le avrebbe spinte a fare qualcosa di audace, se i consoli non avessero trattenuto per un po' le legioni arruolate in Cilicia proprio per questo motivo.
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E non per questo fece cose minori in città poco dopo: infatti, pochi giorni prima di assumere l'edilità, venne sospettato di aver cospitato con Marco Crasso (un ex console), e inoltre con Publio Silla e Lucio Autronio (condannati per corruzione elettorale dopo la loro designazione al consolato), affinché all'inizio dell'anno assalissero il senato, e dopo aver ucciso chi fosse convenuto, Crasso si impadronisse della dittatura, e lui stesso fosse designato da Crasso come magister equitum, e una volta stabilito il nuovo ordinamento della repubblica secondo il piacere di Silla e Autronio, fosse loro restituito il consolato. Vari storici ricordano questa cospitazione: Tanusius Geminus nella storia, Marco Bibbulo negli editti, Gaio Curio padre nelle orazioni. Cicero sembra alludere a questo fatto in una lettera ad Asio, dove riferisce che Cesare al consolato confermò il potere reale, del quale aveva meditato come edile. Tanusius aggiunge che Crasso, per pentimento o paura, non osservò il giorno fissato per la strage e perciò nemmeno Cesare diede il segnale che doveva essere dato da lui; secondo Curio invece si era convenuto che Cesare togliesse la toga dalla spalla. Lo stesso Curio e anche Marco Attorio Naso riferiscono che Cesare cospitò pure con Gneo Pisone, un giovane, al quale per il sospetto di una cospitazione urbana fu assegnata straordinariamente d'ufficio la provincia della Spagna; e si accordò che mentre questi si sollevasse fuori dalla città, lui stesso a Roma prendesse iniziative rivoluzionarie, mediante gli Ambroni e i Transpadani; ma il piano di tutti e due naufragò per la morte di Pisone.
1, 10
Come edile, oltre il comizio e il foro, ornò anche il Campidoglio con portici costruiti temporaneamente, nei quali, grazie all'abbondanza di merci, parte dell'arredamento veniva esposta. Organizzò venationes e giochi sia insieme al collega sia da solo, per cui accadde che ricevesse la gratitudine comune anche da solo, né il suo collega Marco Bibulo dissimulava che gli era toccato ciò che a Polluce: come infatti ai gemelli Castore e Polluce era dedicato nel foro un tempio che era chiamato solo di Castore, così la magnificenza sua e di Cesare era attribuita al solo Cesare. Cesare inoltre aggiunse anche un munus gladiatorio, ma con un numero alquanto minore di coppie di quanto aveva progettato; poiché infatti, avendo radunato da ogni parte una famiglia numerosa che aveva terrorizzato i nemici, fu stabilito per legge il numero dei gladiatori, affinché nessuno a Roma potesse averne di più.
1, 11
Dopo essersi conciliato il favore popolare, tentò tramite alcuni tribuni che l'Egitto gli fosse assegnato come provincia per decisione popolare, avendo colto l'occasione di un potere straordinario, poiché i Alessandrini avevano espulso il loro re definito dal senato alleato e amico, e la cosa era generalmente disapprovata. Non riuscì, opponendosi la fazione degli ottimati: per ridurre in cambio la loro autorità come poteva, restaurò i trofei di Gaio Mario contro Giugurta e contro i Cimbri e i Teutoni un tempo distrutti da Silla, e nel condurre l'inchiesta sui sicari considerò della stessa categoria anche coloro che per i nomi segnalati di cittadini romani avevano ricevuto denaro dal tesoro durante le proscrizioni, bench'eccettuati dalle leggi Cornelia.
1, 13
Abbandonata la speranza di una provincia, cercò il pontificato massimo non senza una larghissima distribuzione di denaro; nel considerare l'entità del debito contratto, mentre scendeva al mattino per i comizi, dicono che disse alla madre che lo baciava di non tornare a casa se non da pontefice massimo. E così superò due competitori molto potenti e che lo superavano di molto per età e dignità, tanto che lui stesso ottenne più voti nelle loro tribù di quanti ne ottenesse ciascuno di loro in tutte le sue.
1, 19
Dei due candidati al consolato, Lucio Luceio e Marco Bibulo, se ne associò Luceio, pattuendo che lui, poiché aveva meno prestigio ma disponeva di ricchezze, distribuisse denaro di tasca sua a suo nome per le centurie. Saputo ciò, gli ottimati, che temevano avrebbe osato tutto mentre era al potere supremo con un collega concordante, furono promotori perché Bibulo promettesse altrettanto, e molti versarono danaro, nemmeno Catone rifiutando di ritenere questa spesa utile allo stato. Così Bibulo fu eletto console. Per questa stessa ragione gli ottimati fecero opera affinché alle province dei futuri consoli fosse assegnato il minimo lavoro, cioè foreste e sentieri. Massimamente esasperato da questo torto, egli seguì Gneo Pompeo in tutte le occasioni, offeso dai padri coscritti perché, vinto il re Mitridate, indugiavano a confermarne gli atti; e riconciliò Pompeo con Marco Crasso, antico nemico da quando insieme avevano retto il consolato in massima discordia; e strinse società con entrambi, affinché nulla si facesse nello stato che dispiacesse a uno dei tre.
1, 20
All'inizio del suo mandato fu il primo in assoluto a istituire che gli atti quotidiani sia del senato sia del popolo fossero redatti e pubblicati. Ripristinò anche l'antico costume per cui nel mese in cui non aveva i fasci, un accenso lo precedesse e i littori lo seguissero dietro. Promulgata una legge agraria, espulse dal foro con la forza il collega che faceva obnuntiazie, e il giorno dopo in senato, benché si lamentasse, non trovò nessuno che osasse fare proposte o decreti in mezzo a tale turbamento, sebbene simili provvedimenti fossero stati spesso decretati in tumulti anche più lievi. Lo ridusse a tale disperazione che, finché rimase in carica, stando nascosto in casa non faceva altro che pubblicare edicti di obnuntiatio. Da quel momento amministrò ogni cosa nella repubblica secondo il suo arbitrio, sicché alcuni cittadini romani, quando per scherzo e a titolo di test sottoscrivevano qualcosa, scrivevano che l'atto era stato compiuto non sotto Cesare e Bibulo, bensì sotto Giulio e Cesare, anteposto due volte lo stesso nome e cognome. E ben presto il popolo diffondeva questi versi:
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Con il sostegno di suo suocero e di suo genero, tra tutte le provincie disponibili scelse soprattutto le Gallie, poiché il loro reddito e la loro posizione offrivano materia adatta per trionfi. All'inizio ricevette la Gallia Cisalpina con l'Illirico aggiunto in virtù della legge Vatinia; poco dopo il Senato gli concesse anche la Gallia Comata, temendo i padri coscritti che, se l'avessero negata loro stessi, il popolo gliela avrebbe data comunque. Esaltato da questa gioia, non riuscì a trattenersi dal vantarsi, pochi giorni dopo, davanti a un'assemblea numerosa del Senato, mentre gli avversari protestevano e gemevano, dicendo che aveva ottenuto quello che desiderava e che da quel momento avrebbe predominato su tutti; e quando qualcuno gli obiettò con disprezzo che difficilmente ciò sarebbe accaduto a una donna, rispose quasi scherzando: «Anche in Siria una volta regnò Semiramide e gli Amazzoni dominarono una gran parte dell'Asia».
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Terminato il consolato con Gaio Memmio e Lucio Domizio come pretori, quando questi riferirono al Senato sui fatti dell'anno precedente, egli presentò il rapporto al Senato; poiché il Senato non volle esaminarli e tre giorni si persero in inutili discussioni, se ne partì per la provincia. Subito il suo questore fu arrestato con varie accuse a suo danno. Poco dopo anche lui stesso fu citato in giudizio da Lucio Antistio, tribuno della plebe. Ricorse allora al collegio dei colleghi e ottenne ciò che chiedeva, poiché in assenza sua per motivi di interesse pubblico non avrebbe potuto essere processato. Per garantire la propria sicurezza nei tempi futuri, ritenne grandemente importante obbligare costantemente i magistrati annuali e di coloro che cercavano una carica di aiutare e permettere l'accesso agli onori soltanto a quelli che gli avevano promesso di proteggere la sua assenza; riguardo a questo patto non dubitò di esigere da alcuni anche un giuramento solenne e persino una sottoscrizione scritta.
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Con pari dedizione attirava dalla parte sua re e province su tutto il mondo, offrendo ai nemici migliaia di prigionieri come dono, inviando aiuti militari a chi voleva e quando voleva senza l'autorità del senato e del popolo, e ornando di opere straordinarie le più potenti città dell'Italia, della Gallia, della Spagna, dell'Asia e della Grecia; finché tutti, stupiti, si chiedevano dove tendesse tutto questo, e Marcello Claudio Marcello console, dopo aver premesso con un editto che intendeva deliberare sulla cosa pubblica più importante, riferì in senato che bisognava fargli succedere prima del tempo, poiché la guerra era finita, la pace era tornata e doveva essere congedato l'esercito vincitore; e che non si prendesse in considerazione l'assenza dai comizi, poiché neppure Pompeo in seguito aveva abrogato il decreto del popolo su questo. Era accaduto che colui che proponeva una legge sui diritti dei magistrati, proprio nel capitolo in cui escludeva dalla candidatura gli assenti, non aveva eccettuato neppure Cesare per dimenticanza, e in seguito, quando la legge fu già incisa sul bronzo e depositata nell'aerario, ne corresse l'errore. Non contento di strappare a Cesare le province e il privilegio, Marcello denunziò anche che dovesse essere tolta la cittadinanza ai coloni che aveva dedotti nella nuova Como per rogazione di Vatinio, perché era stata data in modo illegittimo e oltre quanto prescritto.
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Turbato da questi attacchi, Cesare, ritenendo - come si racconta avesse detto spesso - che era più difficile farsi retrocedere dal primo rango della società al secondo che dal secondo all'ultimo, resistette con tutte le sue forze, sia attraverso tribuni intercessori sia attraverso l'altro console Servio Sulpicio. Anche l'anno seguente, quando Gaio Marcello, succeduto nello stesso consolato al suo cugino Marco, tentò la stessa cosa insieme al suo collega Emilio Paolo, Cesare procurò con grande dispendio come difensori il tribunale violentissimo e Gaio Curione. Ma vedendo che tutto procedeva con maggiore ostinazione e che anche i consoli designati erano schierati contro di lui, supplicò il senato per lettera, chiedendo che non gli fosse sottratto il favore del popolo, oppure che anche gli altri generali si allontanassero dai loro eserciti; confidando, come si crede, di poter convocare più facilmente i veterani quando volesse piuttosto che Pompeo le sue reclute. Tuttavia con i nemici aveva concluso un accordo: che, congedato otto legioni e la Gallia Transalpina, gli fossero concessi due legioni e la provincia Cisalpina, o addirittura una sola legione con l'Illirico, fino a quando fosse console.
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Ma il senato non intervenne e gli avversari rifiutarono di fare alcun patto su cosa pubblica, così Cesare passò nella Gallia Cisalpina, e dopo aver completato i circuiti amministrativi si fermò a Ravenna, decidendo di vendicarsi in guerra se il senato avesse deciso qualcosa di più grave ai danni dei tribuni che intercedevano per lui. E questo fu il pretesto per la guerra civile; ma si ritiene che ci siano state altre cause. Gneo Pompeo diceva così: che Cesare, non potendo portare a termine le opere che aveva iniziato né soddisfare le aspettative che il popolo aveva riposto nel suo arrivo con i suoi soli mezzi privati, aveva voluto turbare e confondere tutto. Altri dicono che aveva paura di dover rispondere dei fatti che aveva commesso nel suo primo consolato contro gli auspici, le leggi e le intercessioni; poiché Marco Catone continuamente, non senza giuramento, lo minacciava di denunziarlo non appena avesse congedato l'esercito; e inoltre era diffuso il generale convincimento che, se fosse tornato come privato cittadino, avrebbe dibattuto la sua causa davanti ai giudici circondata da uomini armati, come aveva fatto Milone. Asinio Pollione rende più probabile questa versione, raccontando che Cesare, vedendo i nemici sconfitti dopo la battaglia di Farsalo, disse queste precise parole: «Loro lo vollero; dopo tante imprese gloriose sarei stato condannato, se non avessi cercato aiuto dall'esercito». Alcuni pensano che, assuefatto al potere fin da giovane e avendo soppesato le sue forze e quelle dei nemici, abbia colto l'occasione per conquistare il dominio, che aveva desiderato da sempre.
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Quando dunque fu annunciato che era stata tolta l'intercessione ai tribuni e che essi stessi avevano lasciato la città, Cesare inviò subito in segreto coorti avanti, perché non sorgesse alcun sospetto, e con simulazione assistette a uno spettacolo pubblico e osservò la forma del luogo dove stava per costruire un anfiteatro gladiatorio, e secondo l'abitudine si dedicò a un convivio numeroso. Poi, dopo il tramonto del sole, attaccò muli di una vicina mulattiera al suo carro e intraprese il percorso più nascosto con una piccola scorta; e quando ebbe spento le luci se ne andò dalla strada, rimase a lungo smarrito finché, al chiarore dell'alba, trovato una guida, scappò a piedi attraverso i sentieri più stretti. Raggiunto il fiume Rubicone, che segnava il confine della sua provincia, si fermò per un momento, e meditando su quanto stava per fare, si voltò verso i suoi compagni e disse: «Ancora ora possiamo tornare indietro; ma se oltrepassiamo questo piccolo ponte, tutto dovrà essere deciso con le armi».
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Mentre Cesare esitava, si verificò un prodigio di questo genere. Un uomo di straordinaria statura e bellezza, seduto lì vicino, apparve all'improvviso e si mise a suonare un flauto di canna; poiché per ascoltarlo erano accorsi, oltre ai pastori, anche molti soldati dai posti di guardia, tra cui alcuni trombettieri, egli, strappata la tromba a uno di loro, balzò verso il fiume e, intonato con gran fiato il segnale d'attacco, si diresse verso l'altra riva. Allora Cesare disse: «Andiamo dove ci chiamano i presagi degli dèi e l'ingiustizia dei nemici».
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L'ordine e la successione dei fatti che compì in seguito sono questi. Occupò il Piceno, l'Umbria e l'Etruria, ricondotto sotto il suo controllo Lucio Domizio, che era stato designato successore durante il tumulto e teneva Corfinio come presidio, lo lasciò andare, poi si diresse verso il mare Superiore fino a Brindisi, dove i consoli e Pompeo si erano rifugiati per imbarcarsi al più presto. Cercò invano di fermarli con ogni indugio per impedire la partenza; allora rivolse la marcia verso Roma, esortò i senatori sulla situazione della repubblica, e invase le validissime forze di Pompeo, che erano in Spagna sotto i tre legati Marco Petreio, Lucio Afranio e Marco Varrone, dichiarando prima ai suoi di andare all'esercito senza comandante e di tornarne con il comandante ma senza esercito. E sebbene l'assedio di Marsilia, che gli aveva chiuso le porte nel suo cammino, e la massima scarsità di grano lo rallentassero, tuttavia sottomise ogni cosa rapidamente.
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Da qui ritornato a Roma, passò in Macedonia e sconfisse Pompeo che era stato assediato per quasi quattro mesi con massicce operazioni belliche, infine nella battaglia di Farsalo e, inseguendolo in fuga ad Alessandria, lo trovò ucciso; intanto condusse una guerra certo molto difficile contro il re Tolomeo, dal quale vedeva tendersi insidie anche a se stesso, né in luogo né in momento favorevole, ma nel pieno inverno e dentro le mura di un nemico copiosissimo e ingegnosissimo, mentre egli stesso era privo di ogni cosa e sprovveduto. Da vincitore permise il regno d'Egitto a Cleopatra e a suo fratello minore, temendo di farne una provincia, affinché non capitasse in mano a un governatore più violento, materia di novità. Da Alessandria passò in Siria e di là nel Ponto, incalzato da notizie su Farnace, figlio di Mitridate il Grande, che allora, cogliendo l'occasione dei tempi, guerreggiava e già si glorificava di molti successi; lo sconfisse in una sola battaglia entro il quinto giorno da quando era arrivato, in quattro ore da quando l'avvistò, ricordando spesso la fortuna di Pompeo, al quale era toccato il massimo onore militare da nemici così poco guerrieri. Poi sconfisse Scipione e Iuba che alimentavano gli avanzi della fazione in Africa e i figli di Pompeo in Spagna.
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In tutte le guerre civili non subì alcuna sconfitta se non per mezzo dei suoi legati: Gaio Curio morì in Africa, Gaio Antonio in Illirico cadde in potere dei nemici, Publio Dolabella perse la flotta nello stesso Illirico, Gneo Domizio Calvino perse l'esercito nel Ponto. Egli stesso combatté sempre con grandissimo successo e nemmeno con fortuna incerta se non due volte: una volta a Durazzo, dove respinto non inseguito da Pompeo affermò che questi non sapeva vincere; un'altra volta in Spagna nell'ultimo combattimento, quando disperato delle cose considerò anche di togliersi la vita.
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Terminate le guerre, trionfò cinque volte: quattro volte nello stesso mese dopo la vittoria su Scipione ma con giorni di intervallo, poi ancora una volta dopo la sconfitta dei figli di Pompeo. Il primo e più glorioso trionfo fu quello gallico, poi quello alessandrino, quindi il pontico, a questo prossimo l'africano, infine l'ispanico, ognuno con apparato e ornamento diversi. Nel giorno del trionfo gallico, attraversando il Velabro, fu quasi gettato dal carro perché l'asse si ruppe, e salì al Campidoglio alla luce di quaranta elefanti che portavano fiaccole a destra e a sinistra. Nel trionfo pontico tra i carri della processione preferì il titolo di tre parole «venni, vidi, vinci» che significava non gli atti della guerra come negli altri, ma il segno di una guerra condotta rapidamente.
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Ai veterani delle legioni diede, col nome di bottino, ai singoli fanti oltre i due assesterzii che all'inizio del tumulto civile aveva distribuito, ventiquattromila denari. Assegnò anche terre, ma non contigue, affinché nessuno dei possessori fosse espulso. Al popolo, oltre dieci moggi di frumento e altrettante libbre di olio, distribuì anche trecento denari, che aveva promesso tempo addietro, a ciascuno individualmente, e inoltre cento per il ritardo. Condonò anche l'affitto annuale della casa a Roma fino a duemila denari, in Italia non oltre cinquecento assesterzii. Aggiunse un banchetto pubblico e la distribuzione di carni, e dopo la vittoria in Spagna due conviti; infatti, poiché il primo gli sembrò offerto con parsimonia e non secondo la sua generosità, cinque giorni dopo ne offrì un altro molto più sontuoso.
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Organizzò spettacoli di vario genere: munere gladiatorio, giochi anche divisi per regioni in tutta la città e addirittura con attori di tutte le lingue, inoltre competizioni circensi, atleti e una battaglia navale. Nel munere combatterono nel foro Furio Leptino di stirpe pretoria e Quinto Calpeno, già senatore e oratore. Danzarono la pirrrica i figli dei principi dell'Asia e della Bitinia. Nei giochi Decimo Laberio, cavaliere romano, recitò la sua commedia ed, onorato di cinquecento assesterzii e di un anello d'oro, si sedette fra il palcoscenico e l'orchestra passando fra il pubblico nella quattordicesima fila. Nei giochi circensi, ampliato lo spazio del circo da entrambi i lati e aggiunto un canale circolare, nobilissimi giovani condussero quadrighe, bighe e cavalli da salto. Una truppa duplice di ragazzi più grandi e più piccoli rappresentò Troia. 8 Venationes furono organizzate per cinque giorni e infine una battaglia divisa in due schieramenti, con cinquecento fanti, venti elefanti e trenta cavalieri da ogni lato. Perché combattessero più liberamente, le mete furono tolte e al loro posto furono costruiti due accampamenti opposti. Gli atleti combatterono nello stadio costruito temporaneamente nella zona del Campo Marzio per tre giorni. In una battaglia navale in un lago artificiale nel Codeta minore, bireme, trireme e quadrireme delle flotte tiria ed egiziana si scontrarono con un grande numero di combattenti. A tutti questi spettacoli confluirono da ogni parte tante folle di gente che molti stranieri rimasero alloggiati fra i vicoli o fra le strade in capanne, e spesso molti furono schiacciati e soffocati dalla calca, fra cui anche due senatori.
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Rivolto quindi a riordinare l'assetto dello Stato, corresse il calendario, già da tempo talmente sconvolto per colpa dei pontefici a causa dell'arbitrio di intercalare, che né le feste della mietitura cadevano d'estate né quelle della vendemmia d'autunno. E adattò l'anno al corso del sole, cosicché fosse di trecentosessantacinque giorni e, abolito il mese intercalare, un giorno si intercalasse ogni quattro anni. Ora, affinché in futuro, a partire dalle nuove calende di gennaio, il computo del tempo corrispondesse ancora meglio, inserì tra novembre e il mese di dicembre altri due mesi. E quell'anno, in cui queste cose venivano stabilite, fu di quindici mesi, compreso il mese intercalare che secondo l'uso sarebbe caduto in quell'anno.
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