Caricamento…
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di Luciano
I passi più studiati, con la traduzione accanto. Tocca una parola e si accende la sua resa.
1, 1, 2
Gli abitanti di Abdera, dicono, durante il regno già di Lisimaco, furono colpiti da una malattia tale, caro Filone: dapprima tutti ardevano di febbre, con vigore e la febbre incalzava persistente, intorno al settimo giorno alcuni ebbero sangue copieso che sgorgava dalle narici, altri invece sudarono molto e quel sudore sciolse la febbre. Ma una follia piuttosto comica si impadronì dei loro pensieri: tutti si lanciavano nella tragedia e recitavano in verso giambico e gridavano forte, soprattutto ripetevano la scena dell'Andromeda di Euripide e declamavano il discorso di Perseo in tono melodico, e la città era piena di pallidi e magri durante quei sette giorni di tragedia, gridando ad alta voce «Tu, o tiranno degli dei e degli uomini, Eros» e il resto, a lungo, finché arrivò l'inverno e il grande gelo pose fine al loro vaneggiamento.
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Se dunque la storia riceve una tale adulazione, che altro diventa se non una sorta di poesia in prosa, privata di quella grandiloquenza, ma che mostra nuda dei metri, e per questo ancora più evidente, la restante mostruosità? Grande dunque, anzi grandissimo, è questo male, se uno non sa distinguere ciò che è proprio della storia da ciò che è proprio della poesia, ma introduce nella storia gli ornamenti propri dell'altra, il mito, l'elogio e le iperboli che vi sono contenute, come se uno avvolgesse in porpora un atleta robusto e tutto di quercia, e con l'altro ornamento delle etère gli strofinasse sul viso belletto e biacca. Per Eracle, come lo renderebbe ridicolo, disonorandolo con quell'ornamento!
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Vedi quel famoso architetto di Cnido, che cosa fece? Costruita infatti la torre sul Faro, la più grande e la più bella di tutte le opere, affinché da essa si facesse luce ai naviganti per un lungo tratto di mare e non fossero spinti verso la Paretonia, che si dice sia assai pericolosa e senza scampo, se qualcuno finisse sugli scogli, costruita dunque quest'opera, all'interno scrisse sulle pietre il proprio nome, mentre, ricopertolo di calce e nascostolo, scrisse sopra il nome del re allora regnante, sapendo, cosa che appunto avvenne, che in pochissimo tempo le lettere sarebbero cadute insieme all'intonaco, mentre sarebbero apparse le altre, «Sostrato di Cnido, agli dèi salvatori, per coloro che navigano». Così, neppure quell'uomo guardava al momento presente di allora né alla breve durata della propria vita, ma al presente e al futuro per sempre, finché la torre resterà in piedi.
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