Caricamento…
Caricamento…
di Eliano
I passi più studiati, con la traduzione accanto. Tocca una parola e si accende la sua resa.
1, 6
Le tartarughe marine depongono le uova sulla terra, e dopo averle deposte subito le ricoprono di sabbia; poi tornano indietro verso il loro ambiente naturale e nuotano. Sono dotate di tale capacità di calcolo da contare da sole i quaranta giorni, durante i quali i piccoli, dalla schiuma delle uova, diventano animali completi. Tornate di nuovo al luogo dove avevano sepolto i loro piccoli, scavano la terra che avevano coperto, e quando i neonati già si muovono e possono seguirle, li conducono con sé.
1, 31
Questa legge è soprattutto osservata dai Persiani. Quando il re entra nel territorio, tutti i Persiani secondo le loro possibilità, ciascuno, gli portano doni. Quelli che si trovano nei campi non offrono nulla di troppo sontuoso, ma piuttosto buoi, pecore, oppure grano, e vino da altri. Mentre il re passa, questi doni gli vengono offerti da ciascuno, e si chiama «ora» (il momento). Coloro che sono ancora più poveri gli offrono erbe, latte, datteri, formaggio, frutta appetitosa e gli altri frutti della terra.
2, 19
Alessandro, quando ebbe sconfitto Dario e conquistato l'impero persiano, essendo molto superbo per questo e trasportato dall'eccezionale fortuna che allora lo circondava, ordinò ai Greci di decretare che egli fosse un dio. Ridicolo davvero. Infatti le cose che non aveva dalla natura non poteva guadagnarsele chiedendole agli uomini. Gli altri decretarono varie cose, i Lacedemoni invece questo: «Dal momento che Alessandro vuole essere un dio, sia un dio», insieme in modo laconic e allo stesso tempo con il loro caratteristico modo di parlare, gli Spartani così confutarono l'arroganza di Alessandro.
3, 1
Esiste un luogo tra l'Olimpo e l'Ossa. Lo attraversa il fiume chiamato Peneo; in questo fiume confluiscono anche gli altri fiumi, mescolano l'acqua con lui e rendono il Peneo grande. Questo luogo ha varie e svariate attrattive, non opera di mano umana, ma della natura. Scorrono anche molte sorgenti e fluiscono correnti di acque fredde, gradevoli da bere. Si dice che queste acque giovino anche a coloro che si bagnano e contribuiscano alla loro salute. Cantano anche gli uccelli e dilettano assai le orecchie e accompagnano i viandanti, nascondendo la fatica mediante la melodia. In mezzo alla valle di Tempe scorre il fiume Peneo lentamente. Molto ombra si estende da alberi e rami, cosicché ripara dai raggi del sole e offre refrigerio a chi navigando discende il fiume.
3, 8
Gli Ateniesi elessero Frinico a stratego, non per entusiasmo, non per la nobiltà della sua stirpe, non perché fosse ricco; infatti spesso gli Ateniesi ammiravano anche costoro e ne preferivano altri. Ma in una certa tragedia compose canti appropriati alla guerra, e così prese possesso degli spettatori, che subito lo elessero stratego, convinti che avrebbe guidato bene e convenientemente le operazioni belliche, dal momento che aveva creato canti non discordanti con gli uomini armati.
3, 22
Quando Ilio fu conquistata, gli Achei, mossi a pietà dalla sorte di coloro che venivano catturati, emanarono un decreto: ciascuno dei liberi poteva portare via quello che voleva dei propri beni familiari. Si racconta che Enea, portando sulle spalle gli dei paterni, se ne andò, superando gli altri che erano stati sconfitti; gli Elleni, stupiti dalla pietà di quest'uomo, gli concessero di prendere un secondo bene dei suoi. Si dice che sollevò sulle spalle il padre, ormai molto vecchio, e lo portò via. Meravigliati di questo gesto, gli Achei gli concessero di prendere tutti i suoi beni familiari, riconoscendo che perfino i nemici diventano mansueti verso coloro che sono pii.
3, 28
Socrate, vedendo Alcibiade orgoglioso della ricchezza, vanitoso dell'abbondanza e ancor più superbo dei suoi possedimenti terrieri, lo condusse in un luogo della città dove c'era una tavola con il disegno della terra, e ordinò ad Alcibiade di cercarvi l'Attica. t 2-3 Quando l'ebbe trovata, gli ordinò di mostrarvi i suoi campi personali. Alcibiade disse: «Ma non sono segnati da nessuna parte». «Allora», rispose Socrate, «su cosa mai sei orgoglioso, tu che possiedi una porzione di terra così minuscola?»
4, 9
Il filosofo Platone condivise una tenda alle Olimpiadi con persone che non lo conoscevano, e sebbene restasse ignoto a loro, mangiava e passava le giornate insieme a loro semplicemente. Non fece menzione né dell'Accademia né di Socrate; si limitò a rivelare loro di chiamarsi Platone. Quando poi giunsero ad Atene, li ricevette molto cortesemente. t 4-5 I forestieri dissero: «Dai, Platone, mostraci il tuo omonimo, il discepolo di Socrate, conduci noi all'Accademia di lui e presentaci a quest'uomo, così che anche noi possiamo goderci la sua compagnia». Allora Platone, mantenendo silenzio e sorridendo dolcemente, come era sua abitudine, rispose: «Ma io sono proprio lui». Essi rimasero stupefatti di non aver riconosciuto colui che avevano avuto con loro in modo così senza pretese e naturale, e che aveva dimostrato di saper conversare con gli incontri senza le abituali affettazioni.
5, 21
Un certo racconto dice che la fama diffusa riguardo a Medea è falsa: infatti non sarebbe stata lei a uccidere i figli, ma i Corinzi. Questo racconto mitico riguardo alla donna della Colchide, e il dramma, dicono che Euripide lo abbia inventato su richiesta dei Corinzi, e che il falso abbia prevalso sul vero grazie al talento del poeta. Riguardo a questo misfatto contro i fanciulli, si dice che ancora oggi i Corinzi offrano sacrifici espiatori ai fanciulli, quasi pagando loro una sorta di tributo.
6, 14, 15
Apprendo che quest'azione di Dario, figlio di Istaspe, sia stata la più umana. Aribazio il Grcano cospirò contro di lui insieme ad altri uomini non oscuri tra i Persiani; e la congiura avvenne durante una caccia. Dario, saputo in anticipo, non si intimorì, ma ordinato loro di prendere le armi e i cavalli, comandò che tendessero i giavellotti, e vedendo il loro zelo disse «Perché dunque non colpite, voi che siete lanciati contro di me?». Essi, vedendo lo sguardo impassibile dell'uomo, fermarono l'assalto. La paura li colse così fortemente che gettarono le lance, abbandonarono i cavalli, si prostrarono davanti a Dario e si offrirono di fare tutto ciò che volesse. Egli li divise gli uni dagli altri: alcuni li mandò ai confini dell'India, altri verso la Scizia. E quelli gli rimasero fedeli, conservando memoria del suo beneficio.
9, 16
I primi abitanti dell'Italia furono gli Ausoni, autoctoni. Dicono che il più anziano fu un certo Maro, di cui raccontano che le parti anteriori somigliano a un uomo, mentre quelle posteriori al cavallo. Mi sembra che fu il primo a cavalcare i cavalli, e che per questo fu creduto di natura duplice. Raccontano inoltre che visse centoventitre anni. Dicono che molti popoli abitarono questa regione. La causa fu il temperamento mite del clima, e l'eccellenza della terra, e il fatto che è ricca d'acqua, e produce tutti i frutti, e ha buoni pascoli, e che è solcata da fiumi, e ha un mare favorevole accanto a sé.
9, 18
Temistocle, figlio di Neocle, paragonava se stesso agli alberi di quercia, dicendo che gli uomini li superano, e ne hanno bisogno, quando desiderano un riparo fatto di rami in caso di pioggia; ma quando c'è bel tempo e passano oltre, li potano e li tagliano. E diceva che lui stesso soffriva le stesse cose dalla mano del popolo. E diceva che se qualcuno gli mostrasse due strade, una che conducesse all'Ade e l'altra al rostro, andrebbe più volentieri per l'altra, cioè direttamente verso l'Ade.
12, 22
Si dice che il pastore Titormo abbia incontrato il crotoniata Milone, che era superbo della forza del suo corpo. Vedendo che Titormo era grande, Milone voleva provare la sua forza. Titormo diceva che niente di grande avesse forza; sceso nel fiume Eueno e tolto il mantello, prende una pietra grandissima e prima la tira verso di sé, poi la spinge via, e fece questo due e tre volte, e dopo questo la sollevò fino alle ginocchia, e infine sollevatala sulle spalle la portò quanto otto braccia e la gettò; il crotoniata Milone a fatica mosse la pietra. Poi Titormo va alla mandria, e stando in mezzo afferra per il piede il toro più grande che era selvaggio; e quello si affrettava a scappare, ma non poteva. E passato un altro, lo afferra con l'altra mano per il piede nello stesso modo. Vedendo questo, Milone, stese le mani al cielo, disse: «O Zeus, non hai forse seminato per noi un altro Ercole?». Da allora si dice sia stata detta il proverbio «Un altro Ercole è questi».
12, 39
Perdicca il Macedone, che fece guerra insieme ad Alessandro, era così audace da entrare una volta in una caverna dove viveva una leonessa da sola. Non catturò la leonessa, ma portò fuori i suoi cuccioli, e per questo Perdicca fu considerato ammirevole. Si ritiene non soltanto presso i Greci che la leonessa sia la belva più valorosa e più difficile da combattere, ma anche presso i barbari. Dicono infatti che Semiramide l'Assira non si vantasse se avesse mai ucciso un leone o una pantera o qualche altro di questi animali, ma se fosse riuscita a catturare una leonessa, si gloriava di molto.
12, 51
Menecrate il medico arrivò a tal punto di arroganza da chiamarsi Zeus. Una volta scrisse una lettera a Filippo, re dei Macedoni, nella quale era scritto così: «Menecrate Zeus saluta Filippo». Filippo gli rispose: «Filippo a Menecrate: guarisci, perciò ti consiglio di andare ad Anticira». Alludeva così a questi due fatti che l'uomo era pazzo. Una volta Filippo organizzava un banchetto sontuoso, e proprio lui lo invitò a cena e gli ordinò di preparare un letto a parte per sé e, quando si distese, gli mise accanto un turibolo e lo profumò; gli altri convitati mangiavano, ed era sontuoso il banchetto. Menecrate dunque da principio resistette e si rallegrava per l'onore; ma quando dopo poco la fame lo vinse e fu provato che era un uomo, si alzò e se ne andò dicendo di essere stato oltraggiato, mentre Filippo in modo assai elegante aveva smascherato la sua follia.
12, 58
Diossippo, atleta vincitore olimpico, l'Ateniese, faceva il suo ingresso in Atene secondo l'usanza degli atleti. Accorrevano dunque le folle, e ciascuno, affollandosi da ogni parte, lo osservava; tra loro anche una donna, che spiccava per bellezza, si presentò a quello spettacolo. Diossippo, vedutala, fu immediatamente vinto dalla sua bellezza, e continuò a fissare quella donna, a voltarsi indietro e a cambiare colore in volto più volte. Da questi segni divenne evidente a molti che non aveva guardato quella donna con indifferenza. Diogene di Sinope censurò più di tutti la sua debolezza, e disse ai presenti: «Guardate il vostro grande atleta sopraffatto da una ragazza».
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