Il De bello civili è il racconto che Cesare fa della guerra contro Pompeo e il senato, dal gennaio del 49 a.C. all’arrivo ad Alessandria nell’autunno del 48. Tre libri, rimasti incompiuti, scritti con la stessa prosa del De bello Gallico ma con un problema in più: qui i nemici sono cittadini romani, e Cesare deve convincere il lettore che a dichiarare guerra alla repubblica non è stato lui. Il risultato è un capolavoro di autodifesa, in cui non compare mai il Rubicone.
- Autore
- Gaio Giulio Cesare (100-44 a.C.)
- Titolo originale
- Commentarii de bello civili
- Genere
- Commentario storico, in prosa
- Racconta
- La guerra civile, gennaio 49 - autunno 48 a.C.
- Libri
- 3, incompiuti
- Luoghi
- Italia, Spagna, Marsiglia, Africa, Grecia, Egitto
- Seguito
- Bellum Alexandrinum, Africum, Hispaniense (di altri autori)
Contesto
Alla fine del 50 a.C. il comando di Cesare in Gallia sta per scadere. Se torna a Roma da privato cittadino, i suoi avversari, i conservatori del senato ormai alleati di Pompeo, lo trascineranno in tribunale. Cesare chiede di potersi candidare al consolato senza rientrare in città; il senato rifiuta e gli ordina di congedare l’esercito. Il 7 gennaio del 49 viene votato il senatus consultum ultimum, lo stato d’emergenza, e i tribuni della plebe che difendevano Cesare fuggono da lui.
Il racconto comincia proprio qui, con la lettera di Cesare che i consoli si rifiutano di discutere. È una scelta precisa: la guerra parte da un torto subito. Cesare non nomina il passaggio del Rubicone, il confine che un generale non poteva attraversare con l’esercito; dice solo che, venuto a sapere queste cose, parla ai soldati della tredicesima legione e marcia verso sud.
L’opera è rimasta senza revisione finale: si interrompe all’inizio della guerra di Alessandria e probabilmente non fu pubblicata da Cesare in vita. Altri ufficiali la continuarono con i libri sulla guerra di Alessandria, d’Africa e di Spagna, scritti in un latino molto meno elegante.
Libro per libro
Libro IDall’Italia alla Spagna (49 a.C.)
La seduta del senato di gennaio, con il console Lentulo e Metello Scipione che spingono per la guerra; la fuga dei tribuni; il discorso di Cesare ai soldati sulla sua dignitas offesa. Poi una marcia rapidissima lungo l’Italia: a Corfinio Domizio Enobarbo si arrende, e Cesare lo lascia andare libero con tutti i senatori, a dimostrare la sua clemenza. Pompeo abbandona l’Italia da Brindisi e passa in Grecia. Cesare va in Spagna contro i legati pompeiani Afranio e Petreio e, presso Ilerda, li costringe alla resa togliendo loro l’acqua, senza una vera battaglia.
Libro IIMarsiglia e l’Africa (49 a.C.)
Marsiglia, che ha chiuso le porte a Cesare, resiste a un lungo assedio per terra e per mare e alla fine si arrende. In Spagna anche Varrone consegna la sua provincia. In Africa invece il giovane Curione, uno dei fedelissimi di Cesare, vince un primo scontro presso Utica ma poi cade in una trappola del re numida Giuba sul fiume Bagrada: rifiuta di fuggire e muore combattendo con i suoi. È l’unica pagina in cui Cesare racconta una sconfitta senza poterla rovesciare.
Libro IIIDurazzo, Farsalo, Alessandria (48 a.C.)
Cesare, ormai console, attraversa l’Adriatico d’inverno con metà dell’esercito e cerca di chiudere Pompeo a Durazzo con una linea di fortificazioni lunghissima. Pompeo la sfonda, e Cesare si ritira in Tessaglia. A Farsalo, nell’agosto del 48, i pompeiani, sicuri di vincere, si dividono già le cariche e le case dei cesariani; la battaglia la decide la riserva di coorti che Cesare oppone alla cavalleria nemica. Pompeo fugge in Egitto e viene ucciso appena sbarcato dagli uomini del re Tolomeo. Cesare arriva ad Alessandria, e l’opera si ferma all’inizio di una nuova guerra.
Temi
Chi ha cominciato
Tutto il primo libro è costruito per mostrare che Cesare ha subito un’ingiustizia: le sue proposte respinte, i tribuni minacciati, la legalità violata dagli avversari. Cesare si presenta come il difensore dei diritti dei tribuni e della propria dignitas, cioè del suo onore e del suo rango. È la tesi dell’opera: la guerra gli è stata imposta.
La clemenza
Cesare risparmia e rilascia gli avversari che si arrendono, a Corfinio, in Spagna, dopo Farsalo, e lo sottolinea ogni volta. Contro Romani la clemenza è anche una scelta politica: chi non combatte contro di lui è un potenziale alleato, mentre Pompeo aveva dichiarato nemico chiunque restasse neutrale.
Il ritratto dei nemici
Cesare non insulta Pompeo, ma lo mostra indeciso, lento, condizionato dai senatori che lo circondano. I pompeiani sono vanitosi e avidi: prima di Farsalo litigano su chi avrà il pontificato di Cesare e si spartiscono i beni dei vinti. Il lettore dell’epoca doveva chiedersi che repubblica sarebbe uscita dalla loro vittoria.
La guerra fra concittadini
Dove nel De bello Gallico i nemici erano stranieri, qui sono parenti, amici, ex compagni d’armi: soldati dei due eserciti che si parlano attraverso il fiume a Ilerda, legioni che passano da una parte all’altra. Cesare insiste su queste scene per dire che i soldati volevano la pace, e che a impedirla erano i capi pompeiani.
Personaggi
- Gaio Giulio Cesare
- Narratore in terza persona, proconsole e poi console nel 48.
- Gneo Pompeo Magno
- Ex alleato e genero di Cesare, a capo dell’esercito del senato. Sconfitto a Farsalo, è ucciso in Egitto.
- Lucio Cornelio Lentulo
- Console nel 49, il più deciso a rompere con Cesare.
- Metello Scipione
- Suocero di Pompeo, guida i suoi in Oriente; comanda il centro dello schieramento a Farsalo.
- Lucio Domizio Enobarbo
- Nemico personale di Cesare, si arrende a Corfinio e viene rilasciato; muore nella fuga da Farsalo.
- Afranio e Petreio
- Legati di Pompeo in Spagna, costretti alla resa a Ilerda.
- Gaio Scribonio Curione
- Ex tribuno, fedelissimo di Cesare; muore in Africa contro il re Giuba.
- Tito Labieno
- Già il miglior luogotenente di Cesare in Gallia, ora combatte con Pompeo.
Come si traduce
Il periodo d’apertura
La prima frase dell’opera mette insieme tre costrutti tipici: ablativo assoluto, passivo impersonale (impetratum est, «si ottenne»), proposizioni completive con ut. Il passivo impersonale va reso con il «si» o girando all’attivo; il complemento d’agente (ab his, cioè i consoli) dice da chi si ottenne, non chi ottenne.
Litteris C. Caesaris consulibus redditis aegre ab his impetratum est summa tribunorum plebis contentione, ut in senatu recitarentur.Consegnata ai consoli la lettera di Gaio Cesare, si ottenne da loro a fatica, per la strenua insistenza dei tribuni della plebe, che fosse letta in senato.
Il lessico politico
Qui contano parole che nel Gallico erano rare: dignitas (il rango e l’onore di un uomo pubblico, non «dignità» in senso morale), auctoritas (l’autorevolezza, del senato o di una persona), inimici (gli avversari politici, diverso da hostes, il nemico in guerra), intercessio (il veto dei tribuni), senatus consultum (la delibera del senato). Tradurle bene cambia il senso del discorso.
Il discorso indiretto ai soldati
Come nel Gallico, le parole di Cesare e dei suoi avversari sono quasi sempre indirette. Il discorso alla tredicesima legione (I, 7) è un esempio lungo: verbi all’infinito per le affermazioni, al congiuntivo per le domande retoriche e per le subordinate. In italiano conviene riportarlo con «che» e i tempi al passato, oppure, se il periodo è lunghissimo, spezzarlo in più frasi senza perdere il filo dei pronomi.
Quibus rebus cognitis Caesar, contione advocata, omnium temporum iniurias inimicorum in se commemorat.Venuto a sapere queste cose, Cesare convoca l’assemblea dei soldati e ricorda tutti i torti che i suoi avversari gli avevano fatto in ogni tempo.
Il presente storico
Cesare alterna presente e perfetto per dare ritmo: le azioni rapide sono spesso al presente (commemorat, proficiscitur). In italiano scegli un tempo e tienilo per tutto il periodo: o tutto al presente, o tutto al passato remoto. Mescolarli fa sembrare la traduzione sbagliata anche quando ogni parola è giusta.
A scuola: le domande
Perché Cesare non parla del Rubicone?
Perché passare il Rubicone in armi era l’atto che lo rendeva illegale: era il confine della sua provincia. Cesare racconta solo il discorso ai soldati e poi la marcia, spostando l’attenzione sui torti subiti.
Che differenza c’è con il De bello Gallico?
La lingua è la stessa, l’obiettivo cambia. Nel Gallico Cesare doveva giustificare guerre contro stranieri; qui deve giustificare una guerra contro lo stato romano. Per questo l’opera è più polemica, ha più discorsi e più ritratti degli avversari.
Che cos’è la dignitas di cui parla Cesare?
Il prestigio pubblico costruito con le cariche e le vittorie, che a Roma era quasi più importante della vita. Cesare sostiene che gli avversari volevano togliergli la sua dignitas, e che difenderla era un diritto.
L’opera è finita?
No: si interrompe all’inizio della guerra di Alessandria, nel 48 a.C. Le guerre successive sono raccontate da altri autori, nei libri sulla guerra di Alessandria, d’Africa e di Spagna.
Quali sono i passi più assegnati?
La seduta del senato e la fuga dei tribuni (I, 1-6), il discorso ai soldati (I, 7), la resa di Corfinio (I, 23), la morte di Curione (II, 42), la battaglia di Farsalo (III, 88-99) e la morte di Pompeo (III, 104).

